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Mercoledì, 17 Lug 2024

È tempo di dichiarazioni di redditi e allora perché non destinare il proprio 5x1000 a chi si adopera per lenire i danni provocati dalle guerre, per rimediare alla distruzione sistematica di infrastrutture vitali per le popolazioni, quali ospedali, scuole e università, per curare i feriti e contrastare le epidemie?

Dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, si pensava che non ci sarebbero state più guerre nel mondo, o almeno che non ci sarebbero più stati grandi conflitti, che vi sarebbe stato un periodo di maggiore benessere ed equità, di solidarietà tra i popoli. Invece, così non è stato, ogni anno, mediamente, vi sono stati e vi sono 100 conflitti armati.

Se poi consideriamo anche atti unilaterali di violenza posti in essere da parte di gruppi organizzati, che siano o meno forze armate ufficiali, il conto sale a 187 secondo Uppsala Data Conflict Program, che hanno causato un totale 238.000 morti.

È quella che Papa Francesco ha definito “una guerra mondiale a pezzi”!

Conflitti che generano l’esodo di milioni di persone dalle zone di guerra. Secondo il rapporto Global Humanitarian Overview delle Nazioni Unite, nel 2024 vi sono 300 milioni di persone bisognose di aiuti, di queste solo 180,5 milioni saranno raggiunte da aiuti internazionali. Servono ingenti e crescenti risorse, specie dopo la distruzione di Gaza. Prima di quest’ultimo evento, Oxfam aveva calcolato un fabbisogno di 46,4 miliardi di dollari per portare un aiuto in 72 paesi che vivono una situazione di crisi.

Tra queste vi è una guerra fratricida, quasi del tutto dimenticata dai mezzi di informazione: quella in corso in Etiopia, nella regione del Tigray, un conflitto nascosto nello stesso paese. Un conflitto che, tra il 2020 e il 2022, secondo alcune stime avrebbe causato circa 500mila vittime, alle quali andrebbero aggiunti due milioni di sfollati interni. A fronteggiarsi sono l’esercito governativo di Addis Abeba e le milizie tigrine del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), cui si sono aggiunte le milizie Amhara e l’esercito eritreo che aveva pretese territoriali su una zona al confine tra Eritrea e Tigray.

I miliziani tigrini - seppure supportati anche dall’Esercito di liberazione Oromo (Ola), formazione armata della frangia più estremista del popolo Oromo (l’etnia più numerosa dell’Etiopia) – hanno avuto la peggio, il 2 novembre 2022, grazie alla mediazione dell’Unione africana, hanno firmato un armistizio per un cessate il fuoco che è tale solo sulla carta.

Fortunatamente, c’è un grande medico italiano, il professor Aldo Morrone, direttore dell'Istituto Internazionale Scienze Mediche, Antropologiche e Sociali (IISMAS) - esperto di patologie tropicali e malattie della povertà, che si occupa di medicina transculturale, con una spiccata attenzione sulla salute dei migranti e delle fasce a rischio di emarginazione sociale - che da decenni si prodiga per portare aiuto in quella regione, soprattutto alle donne, perché, come sempre in guerra, e forse in Africa più che altrove, le sofferenze più atroci vengono inflitte alle donne vittime di stupri e di violenze di ogni genere.

Morrone, con il suo Istituto è presente in Etiopia sin dal 1984 e, tra le altre cose, ha realizzato il Maiani Hospital a Sheraro, al confine con l’Eritrea (nosocomio bombardato e, in parte, distrutto nel 2022), dove soccorre queste donne, spesso bambine, vittime di violenze inenarrabili che ne minano a vita la salute fisica (innanzitutto riproduttiva) e mentale. Senza contare le epidemie. Quest'anno, infatti, sono stati almeno 15mila i casi casi di morbillo, oltre a leishmaniosi, dengue, tubercolosi, lebbra e molto altro. Inoltre, l’Istituto diretto da Aldo Morrone ha attivato collaborazioni con importanti istituti di ricerca del nostro paese per stimolare la ricerca sulle malattie indigene.

«Durante questa guerra vi sono stati oltre 30-40 mila stupri cosiddetti etnici. Per queste donne, lo stupro è stato finalizzato a impedire loro di avere figli. Alcune – racconta Morrone – purtroppo hanno perso la vita o si sono suicidate; talune, con l'aiuto di altre donne, stanno cercando di recuperare un senso di vita. In molti casi sono state violentate davanti ai propri figli o al proprio marito».

Un’esperienza di cura che per molti operatori sarebbe devastante, ma non per Aldo, che dice «le vittime, le persone che ho curato, mi hanno insegnano la solidarietà vera. Portare aiuto vuol dire reciprocità, non solo dare».

Tuttavia, per affrontare una situazione così grave, più volte denunciata dalle Ong presenti sul territorio, mancano medici, operatori sanitari, psicologi, biologi, ginecologi che possano prendersi cura di queste persone. Inoltre, per oltre due anni, gli ospedali nel Tigray sono stati svuotati di ogni materiale a causa di furti o requisizioni. Mancava il combustibile per le ambulanze. Le banche sono state chiuse.

Insomma, «la situazione, nonostante l’armistizio, è disastrosa – aggiunge Morrone – non si vuole che si parli di questa guerra, la situazione economica è drammatica, c’è una bolla speculativa incredibile. Nel nord, la situazione è allo stremo. La guerra è ancora di fatto non conclusa, nonostante gli Accordi di Pretoria. Ci sono circa 600-700 mila sfollati dalle varie aree del Tigray che ancora non riescono a tornare nei propri villaggi a causa della distruzione e per la presenza di bande armate in diverse parti del Paese. In più, c'è lo spettatore che finge di essere assente ma è fortemente presente: sono le truppe Eritree che hanno oltrepassato il confine e quindi c'è una situazione di grande tensione. Una grandissima instabilità dovuta anche alla tensione fra gli altri gruppi etnici, Amhara e Oromo».

Ma è una guerra regionale che poco interessa ai potenti della terra perché non vi sono grandi interessi economici, né geopolitici in gioco e, quindi, nessuno porta aiuti alle popolazioni coinvolte.

Ognuno di noi, con una semplice firma sul 730/2024, destinando il 5x1000 all’Istituto di Scienze Mediche Antropologiche e Sociali, il cui Codice Fiscale è 97290020581, può fare qualcosa per contribuire fattivamente ad alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite dalla guerra nel Tigray, per la ricostruzione di ospedali e scuole.

Noi del Foglietto, lo faremo!

Adriana Spera
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