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Venerdì, 30 Gen 2026

di Adriana Spera

Negli ultimi venti anni, con l'affermarsi delle teorie liberiste, a partire dalla deregulation reaganiana e dallo smantellamento dello stato sociale in Inghilterra ad opera della Thatcher, si è assistito ad una progressiva erosione dei diritti dei lavoratori, conquistati in decenni di dure lotte.

Al contempo, vi sono stati, da un lato una crescente erosione dei salari, dall'altro una crescita esponenziale dei profitti. Ciò ha determinato la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi che, invece di investire le proprie risorse nel sistema produttivo (in Italia neppure nelle proprie aziende), hanno investito nella finanza, per conseguire facili e rapidi guadagni.

Una situazione che ha portato alla crisi del 2008, dalla quale non si riesce a venir fuori perché le decisioni sono condizionate proprio dagli investitori finanziari.

I destini dei governi sono nelle mani degli operatori finanziari globali. Il risultato è che per colpa dell'avidità di pochi vengono poste in essere essenzialmente politiche recessive e non espansive.

In Italia, come se non bastasse, gli avidi si ergono a paladini degli interessi nazionali. La lettera del governatore Draghi e del presidente della Bce, il "Manifesto" della Confindustria, le pagine di giornale con messaggi di stampo qualunquistico firmati da Della Valle e l'imminente nascita del partito trasversale di Montezemolo, non sono che i tasselli di una strategia dei poteri forti coalizzati per peggiorare ulteriormente le condizioni e i diritti dei lavoratori.

Gli obiettivi tutt'altro che reconditi  vanno dalla cancellazione dei servizi pubblici e dei contratti di lavoro, alla drastica riduzione dei salari e delle pensioni. Coloro che senza pudore si ergono a paladini dell'interesse collettivo, in realtà non vogliono far altro che rimpinguare i propri già cospicui patrimoni.

Una situazione pericolosa per la democrazia, che rischia di riportarci indietro di cento anni. Ed è proprio per scongiurare tale incombente pericolo che occorre  mobilitarsi ed opporsi, cominciando col partecipare sabato prossimo alla giornata di mobilitazione internazionale “United for Global Change”, che vedrà iniziative di lotta in tutto il mondo.

A Roma l'appuntamento è per sabato 15 ottobre, alle ore 14, in piazza della Repubblica, per dare corpo a un grande corteo di “indignati”, che raggiungerà Piazza San Giovanni.

Sarà la prima tappa di un percorso di mobilitazione che non dovrà arrestarsi, se si vogliono difendere democraticamente i diritti dei lavoratori, che stanno per essere spazzati via, e, soprattutto, se vi vuole dare un futuro di lavoro ai giovani precari, disoccupati o sottoccupati.

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