Punto Zero, di Verena Mira - Edizioni Progetto Cultura - maggio 2026 – pp.138, euro 13,00.
Recensione di Adriana Spera
Giusto un anno fa avevamo recensito un thriller fantascientifico, Entanglement. La macchina umana, esordio di una brillante giovane fisica italiana, romana - emigrata in Svizzera, dove ha conseguito un dottorato in astrofisica, dopo anni di ricerche che vanno dalla fisica medica alla meccanica quantistica – che si cela sotto uno pseudonimo e avevamo concluso scrivendo “Una prima prova eccellente e promettente, Verena Mira ci stupirà”.
Ora siamo dinanzi a un nuovo romanzo che, pur nella sua ormai consueta concisività, è di qualità superiore al precedente, sia per una scrittura più matura e scorrevole, sia per le incalzanti atmosfere noir che portano a leggere il libro tutto d’un fiato, senza riuscire a lasciarlo. Ma, soprattutto, la trama è di un realismo disarmante perché ci conduce, ahimé, ai meccanismi perversi che governano sempre più il mondo accademico; una realtà che molti nostri lettori purtroppo hanno vissuto sulla loro pelle, avendo a che fare con “maestri” sempre più attenti al profitto che non alla scienza e all’etica.
Meccanismi decisamente peggiorati in tempi di guerre diffuse, che determinano una crescita delle risorse investite nella ricerca dual use (ma mica tanto dual!), di cui ci siamo già occupati, che vede in prima fila le università e una crescita iperbolica dei rendimenti azionari delle società produttrici di armamenti come, ad esempio, le azioni Rheinmetall +1.400%, Leonardo +630%, BAE Systems e Thales +200%.
Anche in questo nuovo romanzo, l’intera trama si svolge attorno alla realizzazione di un costoso e complesso esperimento per la realizzazione di una nuova fonte di energia pulita partendo dall’ultra-vuoto.
Condizioni di ultra-alto-vuoto ossia uno stato di vuoto estremamente profondo, in cui la pressione è ridotta a livelli molto inferiori rispetto a quelli atmosferici, con una presenza minima di particelle. Viene utilizzato in esperimenti scientifici avanzati, come quelli in fisica e nanotecnologia, dove è necessario ridurre al minimo le interferenze esterne. È un campo della fisica che viene utilizzato per la costruzione di modelli stabili di generatori di vuoto.
In fisica quantistica, il vuoto non esiste. Anche quando pensiamo di essere dinanzi al nulla assoluto, la scienza ci ricorda che qualcosa succede sempre, ci sono comunque particelle in movimento. Il nulla assoluto non esiste, il vuoto, anche il più perfetto creato con appositi dispositivi che lo generano, non è mai completo, dentro resta il quasi-nulla. Insomma, c'è sempre un residuo di energia invisibile. Come dice una delle due nostre protagoniste, Manon Delacroix, il vuoto in fisica «È un po' come quella sensazione di vuoto che, a volte, sentiamo dentro. Silenzioso, immobile… ma pieno di domande, pensieri, emozioni ancora senza forma. Non possiamo cancellarlo ma possiamo dargli una direzione, trasformarlo in qualcosa che ci guida». A dimostrazione che scienza ed esperienze di vita non sono così lontane.
Il vuoto non è solo un oggetto fisico, può essere anche una condizione sociale ed esistenziale e il libro racconta proprio questo, la situazione in cui vivono tanti ricercatori, un doppio livello, presi dai loro studi pur nella più totale incertezza per il loro futuro.
Nella sua introduzione, il sociologo Stefano Lovi sottolinea come «Dal punto di vista sociologico, ciò che emerge con forza è come la ricerca scientifica non sia mai un'attività neutra o puramente tecnica. Essa è inscritta in relazioni di potere, in gerarchie istituzionali, in sistemi di valore che premiano alcune traiettorie e ne marginalizzano altre».
È questo il vuoto che attraversa i protagonisti del romanzo, un vuoto che è una condizione strutturale del presente, prodotto da istituzioni, specie quelle universitarie, che promettono prospettive di carriera e, invece, danno unicamente frammentazione, competizione e precarietà, «Un vuoto di tempo, di senso, di responsabilità, che rende gli individui più adattabili, più ricattabili, più soli di fronte alle scelte», come ci ricorda il sociologo.
Le nostre protagoniste sono accomunate dalla perdita, da bambine, di un genitore: per Manon, una madre morta mentre conduceva le ricerche che la figlia ha ripreso; per Kajal, un padre, che era una guida spirituale per la sua comunità. Per quest’ultima v’è di più, come spesso accade nei ricercatori che emigrano, è la perdita degli affetti, dei propri luoghi e tradizioni e, al contempo, come per tutti i migranti, una scommessa sul futuro che non possono perdere come purtroppo spesso accade a causa di discriminazioni razziali.
Non bisogna fidarsi di chi si ha attorno in questo ambiente, come dice la saggia Kajal rifacendosi al suo credo religioso «Shiva ci libera dall'inganno, rivelandoci ciò che si cela oltre l'illusione. L'illusione è più potente quando chi la crea sa come farla sembrare verità».
La madre a Manon bambina spiegava che si può “creare uno spazio dove non esiste niente, ma da dove tutto può iniziare”. Era morta ancora giovane nel mezzo delle sue ricerche nel suo laboratorio, Le Centre de Recherche Scientifique Avancée, lo stesso in cui si era ritrovata 25 anni dopo Manon e con lo stesso ruolo e ambito di ricerca: rendere l’effetto Casimir (una forza che spinge due superfici molto vicine tra loro in un ambiente vuoto. Ciò accade perché, secondo la fisica quantistica, il vuoto non è davvero vuoto ma pieno di minuscole fluttuazioni invisibili. Perciò, quando le superfici sono molto vicine, le fluttuazioni spingono le superfici l'una verso l'altra. Questa è una prova indiretta dell'esistenza di una energia residua, detta “energia di punto zero”, anche nel vuoto assoluto), una possibile fonte di estrazione energetica.
Manon è convinta di star lavorando per ottenere un dispositivo atto a generare energia pulita e, invece, scoprirà che, a sua insaputa e non a suo nome, se ne vuol fare un’applicazione militare.
Il mondo della ricerca, come ci ricorda nell’introduzione Lovi, è uno dei luoghi in cui si manifesta una condizione da anomìa durkheimiana, ossia di totale assenza o, quanto meno, di carenza di norme sociali, morali e giuridiche che regolano il comportamento degli individui, di competizione fratricida piuttosto che di collaborazione.
Un mondo che, se non torna allo spirito originario della ricerca volto a diffondere il sapere e a migliorare le condizioni di vita dell’umanità, se continuerà ad essere elitario, sessista, attento soprattutto al profitto, è destinato a perdere, a involvere.
Adriana Spera

