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Sabato, 07 Nov 2026

Mai come quest’anno l’arrivo della Mostra del Cinema di Venezia è stato preceduto da malumori, preoccupazioni e dubbi.

Sin dalla conferenza di presentazione dello scorso luglio, dove il Presidente Paolo Baratta e il direttore Alberto Barbera hanno svelato al mondo la selezione della settantunesima edizione del festival lagunare, la maggior parte dei critici e degli addetti ai lavori non ha potuto fare a meno di segnalare le pochissime sorprese proposte e la mediocrità dell’offerta cinematografica.  Purtroppo per gli organizzatori della Mostra, le basse attese si sono tutte confermate.

Sappiamo bene che dal congedo del vecchio direttore Marco Muller (che contro tutti e tutto prova a proporre del Cinema a Roma) Venezia si è vista surclassare da Cannes e, per colpa delle dinamiche commerciali cinematografiche, si è trovata a fronteggiare la concorrenza spietata dei festival americani (Toronto, Telluride, New York).

Il festival allestito da Barbera, con tutta l’onestà, però si è dimostrato un’occasione mancata, il triste canto del cigno di un evento storico sempre più condannato all’anonimato e all’invisibilità internazionale. Non resta che attendere che già dal prossimo anno qualcosa cambi radicalmente.

Il concorso

Senza dubbi, la competizione è stata la sezione più debole.  Nei venti titoli in gara per il Leone d’oro (ne abbiamo visti quattordici) il livello medio è stato molto deludente.

Oltre le pellicole oneste (99 Homes di Ramin Bahrani, Hungry Hearts di Saverio Costanzo, l’interessante Anime Nere di Francesco Munzi e Le dernier coup de marteau della promettente Alix Delaporte) e le opere davvero deludenti (il presuntuoso Birdman di Alejandro Inarritu e il dimenticabile La rançon de la gloire di Xavier Beauvois), sono state pochissime le pellicole capaci di conquistarci. Ci riferiamo al meraviglioso Il giovane favoloso di Mario Martone, opera d’arte capace, anche grazie alla performance di Elio Germano, di restituire Leopardi in tutta la sua feroce modernità, al controverso Pasolini di Abel Ferrara, film difficile e poetico, e al durissimo documentario sul genocidio indonesiano The look of Silence di Joshua Oppenheimer.

Dimenticati presto l’inutile Manglehorn di David Gordon Green, opera stanca come il protagonista Al Pacino e l’altalenante Red Amnesia di Wang Xiaoshuai, dispiace vedere premiato con il Leone d’oro proprio la pellicola meno convincente dell’edizione. L’adorato vincitore A Pigeon sat on a branch reflecting on existence del venerato maestro Roy Andersson è stato amato da quasi tutti al Lido, ma, sinceramente, non possiamo che definirlo un’opera incredibilmente furba, inoffensiva, concentrata su un’anti-narratività costruita e un pigro umorismo da barzelletta colta. In poche parole, il premio al regista svedese è stato il trionfo del Banale, la miglior sintesi di tutta l’edizione.

Il Fuori concorso e le altre sezione

Tra il Fuori concorso, la sezione Orizzonti e le Giornate degli autori, invece, abbiamo incontrato le opere più affascinanti e convincenti.

Sin dal torrenziale ed emotivamente incredibile dramma contemporaneo Daerest del maestro Peter Chan, abbiamo capito che, incredibilmente, il meglio era stato (volutamente?) tenuto alla larga dal concorso principale. Solo cosi si possono spiegare l’ostracismo nei confronti del commovente Retour à Ithaque di Laurent Cantet (splendida riflessione sulla Cuba moderna) o del piccolo ma potente Jackie & Ryan, sentimentale ballata musicale orchestrata dall’ottima Ami Canaan Mann.

Anche gli ultimi lavori di grandi cineasti come Joe Dante (Burying the ex) e Peter Bogdanovich (She’s funny that way), avrebbero meritato la ribalta della competizione.

Infine, permetteteci di segnalare una delle poche novità cinematografiche del Festival. Oltre al già citato Anime Nere, abbiamo avuto il piacere di essere sorpresi da due pellicole che, forse, avranno la fortuna di rimettere al centro del discorso Italia, il cinema di genere.

Buoni lavori noir come Senza Nessuna Pietà e Perez,  realizzati da due registi giovani, sono boccate d’aria fresca che, oltre a essere premiate con i migliori successi, potrebbero davvero smuovere qualcosa nel nostro panorama cinematografico, dando una svolta vitale all’industria.

Sarebbe davvero qualcosa di rivoluzionario.

 

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