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Mercoledì, 06 Mag 2026

E’ finita la nona edizione del Festival internazionale del film di Roma e con essa si chiude definitivamente il regno di Marco Muller nella capitale.

Dopo due annate importanti, il direttore artistico è rimasto vittima della grande, drammatica, contraddizione, fondamentale per molti media e addetti ai lavori: quello romano è un Festival o una Festa?

Capiamo che per gli ortodossi e per i cinefili duri e puri tale questione sia di capitale importanza ma, sinceramente, troviamo pretestuoso (e un po’ puerile) rimanere alla soglia del decimo anno, impantanati ancora in una discussione sterile, utile più a delegittimare gli organizzatori dell’evento che ad aiutare un dibattito costruttivo. Ci sembra davvero assurdo, ma non possiamo che condividere in parte le urla di dolore di Luigi Abete di Bnl (sponsor ufficiale del Festival) contro il pregiudiziale gioco al massacro, che ogni anno è messo in scena all’Auditorium.

Lungi da noi non evidenziare gli enormi problemi di Roma 2014. Senza doverci ripetere sui limiti strutturali del Parco della Musica (sale non adatte, isolamento urbanistico dalla città), siamo d’accordo nel considerare la selezione di film di questa edizione altalenante e schizofrenica: da un lato, con (pochi) film interessanti ed eventi imperdibili e, dall’altro, con momenti cinematografici e non, ai limiti del sopportabile.

E’ innegabile che Muller ci abbia provato fino all’ultimo, costretto a fronteggiare una politica culturale cittadina in continuo declino, la guerra tra bande dei vari politici (della maggioranza) e signorotti locali e l’ostracismo (dettato da antipatie personali) della grande stampa nazionale.

I risultati sono deludenti e immaginiamo che l’ormai ex-direttore abbia vissuto questa sconfitta anche con un po’ di sollievo, finalmente libero di emigrare in altri luoghi. Eppure, come abbiamo detto, anche in questo sfacelo, abbiamo assistito a grandi momenti come il riconoscimento a Tomas Milian (davvero emozionante) e le gustose masterclass con miti viventi come Kevin Costner, Takashi Miike, Jia Zhangke e Wim Wenders.

Al Museo Maxxi (un tempo sede di CinemaXXI, la sezione cinematografica più radicale e vicina ai gusti di Muller) si è persino svolta una sorta di festival parallelo, dove le nuove leve delle web series hanno potuto fare sfoggio del proprio lavoro.

Da oggi però toccherà a chi verrà, acclamato a gran voce dagli amici politici e giornalisti, capire il futuro di Roma. Probabilmente il Festival/Festa sarà destinato a stagnare ancora un anno in un limbo d’inutilità e sciatteria, costringendo anche noi, supporter fedeli dell’evento, ad acclamare a gran voce una definitiva chiusura dei giochi.

I Film

Tra le varie sezioni non competitive (quest’anno i premi sono decisi tutti dal pubblico), abbiamo visto e trovato ben poco d’interessante.

Nella sezione più “radicale” Cinema d’oggi, vinta da 12 Citizen di Xu Ang (remake cinese de La parola ai giurati di Lumet), abbiamo incontrato pellicole dal grande gusto estetico come The Narrow of Frame of Midnight di Tala Hadid e il meraviglioso Angels of Revolution di Alexsej Fedorchencko (l’opera più convincente e affascinante vista in queste settimane) e film non completamente riusciti come I milionari di Alessandro Piva e Biagio di Pasquale Scimeca.

In Mondo Genere, categoria vinta dal mastodontico adattamento indiano dell’Amleto Haider, abbiamo trovato, invece, l’apparizione del malsano e conturbante Nightcrawler di Dan Gilroy, dove la star Jake Gyllenhall, reporter freelance senza scrupoli, interpreta un ruolo ambiguo degno del miglior De Niro anni settanta.

In Gala, la sezione più popolare e aperta ai lavori più commercialmente attraenti. sono state proiettate le pellicole più importanti, passando dall’avvolgente Black and White di Mike Binder, con un commovente Kevin Kostner, al glaciale e spietato Gone Girl del maestro David Fincher. Segnalando anche lo sconclusionato ma sincero Tre Tocchi di Marco Risi e l’interessante Paradise Lost: Escobar, esordio internazionale dell’attore romano Andrea Di Stefano, non possiamo che storcere il naso di fronte la vittoria del ricattatorio Trash di Stephen Daldry.

Infine, ricordiamo l’entusiasmo che ha circondato As Gods will, l’ultima folle opera di Takashi Miike, la maratona estenuante della serie tv The Knick di Steven Soderbergh (in arrivo a novembre anche su Sky) e il piccolo e coraggioso Fino a qui tutto bene del pisano Roan Johnson, non a caso il vincitore del premio come miglior film Italiano.

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