Il 3 maggio 2026, tra due giorni, l’Italia entra in debito ecologico. Da questa data, secondo il Global Footprint Network, il nostro Paese avrà consumato le risorse naturali che gli ecosistemi sono in grado di rigenerare nell’arco di un anno. Tutto ciò che verrà dopo sarà consumo a credito: credito sottratto alla natura, alle generazioni future, ai nostri figli.
Il nostro Overshoot Day (giorno del superamento) arriva dopo appena 123 giorni dall’inizio del 2026, tre giorni prima rispetto al 2025, mentre in Germania arriva il 10 maggio, nel Regno Unito il 22 maggio, in Spagna il 4 giugno; l’Italia si allinea alla media dell’Unione Europea, fissata anch’essa al 3 maggio, ma non è una bella notizia.
L’Overshoot Day non è una previsione vaga, non è l’ennesimo allarme ambientale, come quello celebrato il 22 aprile scorso (Giornata Mondiale della Terra), è una contabilità brutale: spendiamo più natura di quanta ne possediamo e questa contabilità non misura soltanto l’inquinamento, misura un modello di vita, il modo in cui produciamo, mangiamo, ci muoviamo, compriamo, buttiamo. Misura la distanza tra il nostro benessere apparente e il costo reale che scarichiamo sugli ecosistemi. Un esempio per tutti: lo spreco alimentare.
Nel mondo, secondo l’UNEP (UN environment programme), oltre un miliardo di pasti viene buttato ogni giorno. In Italia, secondo Eurostat, sprechiamo circa 8,1milioni di tonnellate di cibo l’anno. Secondo Waste Watcher International, lo spreco alimentare domestico italiano ammonta a 554 grammi a persona a settimana e, in valore, a circa 7 miliardi di euro e oltre 5 milioni di tonnellate.
È una vergogna ambientale, economica e morale, perché produrre cibo che poi finisce nella spazzatura significa consumare acqua, suolo, energia e lavoro inutilmente. Tutto questo avviene, ahinoi, nel mentre una parte del mondo spreca e l’altra fa fatica ad avere accesso a un’alimentazione dignitosa. Secondo il rapporto ONU, si stima che l’8% della popolazione mondiale, circa 673 milioni di persone, nel 2024 abbia sofferto la fame.
E allora?
Forse per cominciare a dare una prima risposta all’Overshoot Day potremmo partire dalla nostra quotidianità, dal “mondo” all’interno del quale decidiamo le nostre scelte. Dalla cucina di casa, per esempio, facendo la lista della spesa, comprando il necessario, rispettando la stagionalità, recuperando gli avanzi, non confondendo il “da consumarsi preferibilmente entro” con “da buttare il giorno dopo”; valorizzando i prodotti locali, riducendo gli imballaggi inutili. Sembrano consigli banali, invece dovrebbero far parte della politica familiare quotidiana perché ignorarli significa contribuire concretamente a formare quei numeri che ci vengono rappresentati sempre più in maniera spaventosa.
Una inversione di tendenza è possibile, aderendo ad uno stile di vita e ad un modello alimentare sancito dall’Unesco nel riconoscimento della "Dieta Mediterranea", che non è una dieta ma uno stile di vita che punta in particolare alla sobrietà, al rispetto dell’ambiente, della biodiversità e della stagionalità dei prodotti; esalta la convivialità che, coniugata con una costante attività motoria, determina quello stile di vita sano che tutela la salute, attuando concretamente la prevenzione primaria.
Più legumi, cereali integrali, frutta, verdura, olio extravergine d’oliva, frutta secca, pesce; meno eccessi e meno prodotti ultraprocessati, meno consumo compulsivo di prodotti lontani dalla nostra tradizione alimentare, maggiore rispetto dell’Ambiente.
Ma non basta chiedere l’adozione di uno stile di vita sano ai cittadini, serve una responsabilità collettiva.
Le istituzioni devono introdurre l’educazione alimentare e ambientale come materia curricolare nelle scuole. I Comuni devono favorire mense scolastiche e pubbliche sostenibili, mercati locali, riduzione degli sprechi, mobilità dolce, verde urbano e, a sua volta, la grande distribuzione deve smettere di trasformare il consumo in una corsa permanente all’eccesso, utilizzando spesso in maniera subdola una pubblicità ingannevole capace di influire sullo stato emozionale di ciascuno, snobbando la vulnerabilità degli adolescenti.
Ogni giorno, con il carrello della spesa, con il piatto a tavola, con l’auto che scegliamo di prendere o non prendere, con l’energia che consumiamo, con gli oggetti che compriamo, siamo quelli che costruiscono la “domanda”, che è un nostro potere del quale non abbiamo contezza e che ci viene svilito “dall’offerta” di un Sistema che punta ad una economia del profitto, costruita sulla crescita smodata priva di etica.
In conclusione, serve un nuovo paradigma: meno ossessione per il Pil, più attenzione al progresso reale, perché non basta misurare quanto produciamo e consumiamo, bisogna misurare il benessere che generiamo, quanta salute proteggiamo, quanto futuro lasciamo ai nostri figli.
Il Global Footprint Network ci dice che se l’Umanità continuasse a consumare risorse al ritmo attuale, avremmo bisogno di 1,8 Pianeti Terra; se tutti vivessero invece come la popolazione italiana, avremmo bisogno di circa 2,9 Pianeti Terra. Marte, Giove, Saturno non sarebbero in grado di ”soddisfare i nostri desiderata”!
L’Overshoot Day dovrebbe diventare una “Giornata Nazionale della Responsabilità”, non una celebrazione ma una sveglia, perché ogni giorno anticipato è una sconfitta, ogni giorno recuperato, invece, è un atto di civiltà compiuto a favore delle future generazioni.
Vito Amendolara
Presidente Osservatorio Nazionale
Dieta Mediterranea

