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Venerdì, 30 Gen 2026

Adieu au langage, di Jean-Luc Godard, con  Héloise Godet, Jessica Erickson, Alexandre Païta, Kamel Abdeli, Richard Chevallier, Dimitri Basil, Zoé Bruneau; durata 70’, nelle sale dal 20 novembre 2014, distribuito da Bim.

Recensione di Luca Marchetti

Capita spesso di pensarlo e scriverlo, ma alcune volte per un critico cinematografico diventa davvero superfluo e inutile, verrebbe da dire quasi dannoso, cercare di parlare di pellicole “definitive” come Adieu au langage di Jean-Luc Godard.

Il regista, a quasi ottantaquattro anni e con una carriera impressionante di oltre trentotto lungometraggi che non sembra ancora voler trovare una fine, decide ancora oggi di creare un’opera destabilizzante, un “prodotto” che guardi il Cinema da tutte le prospettive possibili eccetto quelle della Convenzione.

Adieu au langage, addio al linguaggio, è possibile definirlo un film solo se desideriamo a tutti costi ricorrere alle etichette banali e canoniche delle categorie. Il frutto dell’ennesimo volo pindarico e politico del maestro, disposto sempre a piegare tutti i mezzi del cinematografo per le proprie teorie artistiche e intellettuali, è qualcosa che va oltre a tutto.

Adieu au langage è l’antinarrativa applicata alla Storia, è lo sperimentalismo estremo di chi, estasiato dai nuovi mezzi e dalle inedite possibilità digitali, vuole in tutti i modi stressare, è il nuovo tassello di un infinito testamento morale di chi ancora non vuole rinunciare alla Rivoluzione.

Godard sembra oscillare, dunque, continuamente tra il desiderio sfrenato dell’ultima provocazione, la dichiarazione di sfida intellettuale perpetua con il suo pubblico, e la volontà eremitica di ostinarsi a parlare solo di quello che gli interessa con le parole e i modi da lui preferiti, disinteressandosi di avere un seguito da indottrinare o stupire.

Il regista confeziona qualcosa di raro per il cinema d’oggi, impossibile da catalogare nelle visioni attuali dell’industria del mercato (o del cosiddetto cinema d’autore). Addirittura l’uso osceno e folle del 3D (l’opera non può essere vista in altre dimensioni), che s’incastra in un ossessivo incrocio di sguardi doppi e tripli, diventa il nuovo divertito gioco di un autore deciso a spogliare l’immagine, il movimento o il linguaggio da ogni costruzione prestabilita.

Anche una delle storie più semplici e scontate di sempre, il racconto di una coppia in crisi, smontata e rimontata, è una scusa per svelare la desolazione del pensiero borghese, la morte assoluta della presunzione della normalità.

Siamo onesti, anche il più volenteroso e attento degli spettatori farà fatica a immergersi nell’oceano cerebrale di Godard e delle sue traiettorie, sgomento come il cane (del regista) splendido protagonista di molte sequenze visive. E’, però, innegabile il fascino trasmesso dal coraggio di un uomo che non rinuncia mai alla propria ruvida personalità, sempre arrabbiato e ottuso nel seguire la sua direzione ostinata e contraria.

Immaginiamo la confusione della giuria dell’ultimo festival di Cannes, convinta comunque a voler segnalare (con un premio della giuria) l’ammirazione nei confronti di Godard, ma l’idea dell’ex-aequo con l’ultimo film di Xavier Dolan, enfant prodige del cinema francofono, non può non farci sorridere.

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