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Sabato, 09 Mag 2026

Scrivere il futuro di Zygmunt Bauman, prefazione di Massimo Arcangeli, Editore Castelvecchi, Roma, 2016, pp.43, euro 5.

Recensione di Roberto Tomei

Senza dubbio uno degli intellettuali più conosciuti al mondo, Bauman è noto al grande pubblico soprattutto come inventore del concetto di “modernità” liquida, formula con la quale ha mirabilmente riassunto l’essenza della società del nostro tempo. Molte le sue opere tradotte e in corso di traduzione nella nostra lingua, alle quali si affianca ora questo sintetico quanto interessante libretto, in cui egli affronta, da par suo, alcune tra le più urgenti questioni del mondo contemporaneo, come migrazione, diaspora, assimilazione, multicentrismo, estraneità, mixofilia e mixofobia.

Tutto ruota intorno ai concetti di complessità e incertezza, considerato che la maggior parte dei sistemi è instabile, non equilibrata, con la conseguenza che “il tempo non viene più inteso come reversibile ma come irreversibile”, sicché i cambiamenti che avvengono in tempi successivi non permettono di tornare allo stato precedente. Un mondo “imbevuto di turbolenza” comporta così di descrivere la storia in termini di “evento”, da intendere come un avvenimento che potrebbe accadere o non accadere.

Si vive in un’incertezza generale, di cui quella che attanaglia gli esseri umani è solo un caso particolare. Sovrana regna, perciò, la consapevolezza inquietante del fatto che non saremo mai in grado, in modo penetrante, di sbarazzarci del mistero del futuro. Tutto il contrario di quello che nell’Ottocento sosteneva Laplace, per il quale il nostro futuro era già determinato ed era quindi possibile conoscerlo soltanto raccogliendo più informazioni sull’universo. Una visione, questa, peraltro prevalente fino a cinquant’anni fa, allorché la scienza ha iniziato a operare il suo rivolgimento, nel quale hanno avuto un ruolo essenziale gli studi di Ilya Prigogine, tutti incentrati sulla fine della certezza, una tendenza che si è poi sviluppata fino a diventare dominante.

Bauman rileva come, in un mondo così complesso, da un lato ci si senta privi di speranze di sostegno, dall’altro possa diventare importante l’azione imprevedibile, inattesa, anche del singolo individuo. Al riguardo, adduce l’esempio dell’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, l’erede al trono austro-ungarico, allorché gli spari del serbo-bosniaco Gavrilo Princip provocarono, come conseguenza, la prima delle due devastanti guerre mondiali. Sempre nella complessità si inscrive, tanto per tornare ai giorni nostri, la vicenda delle migrazioni di massa, questione di rilevanza epocale, che si atteggia in termini nuovi rispetto al passato, stante che, diversamente da quanto accaduto finora, ora la formula dell’assimilazione non funziona più, poiché i migranti non intendono abbandonare la loro cultura per abbracciare quella del paese che li ospita, pur diventandone buoni cittadini.

La vita, soprattutto nelle grandi città, è così sempre più destinata a generare due tendenze diverse, cioè la mixofobia e la mixofilia, con le conseguenze che non è difficile immaginare nei confronti dei nuovi arrivati, ossia rigetto, da un lato, e comprensione, talora solidarietà, dall’altro.

Speranze di reciproca comprensione e solidarietà aveva suscitato anche l’avvento dell’era informatica, ma poi si è visto che le persone hanno finito per utilizzare le nuove opportunità per isolarsi ancora di più, perdendo la capacità di confrontarsi con l’estraneo, il pensiero differente, la cultura diversa.

Sulla scorta dell’insegnamento di Prigogine, Bauman sottolinea così che “il futuro non è più dato a noi esseri umani, consapevoli, dolorosamente ma anche felicemente, di vivere nella storia”. E che il futuro non ci sia dato significa, né più né meno, che la storia deve essere “fatta”. Solo che a farla, come diceva il nostro Gramsci (richiamato da Bauman), dobbiamo essere noi.

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