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Venerdì, 30 Gen 2026

Elle, di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, Christian Berkel, Anne Consigny, Virginie Efira, Charles Berling, Laurent Lafitte, Vimala Pons, Jonas Bloquet, durata 130’, nelle sale dal 23 marzo 2016, distribuito da Lucky Red.

Recensione di Luca Marchetti

Per gli spettatori più superficiali, il nome di Paul Verhoeven è automaticamente legato al cinema hollywoodiano anni ottanta e novanta. Sue, infatti, sono le regie di pellicole entrate nell’immaginario comune come Basic Instict, Atto di Forza e Robocop. Quelli più cinici, invece, potrebbero ritirare fuori il disastro commerciale di Showgirls, considerato ancora oggi dalla critica americana come uno dei film peggiori di sempre. Eppure il cineasta olandese, ancora oggi, si conferma come uno dei registi più audaci del panorama internazionale, forte di una carriera di rara lucidità e coerenza.

Non è certo questo il luogo per dare il giusto peso artistico (e soprattutto politico) alle sue pellicole del periodo americano (Showgirls, compreso) ma ci basta ricordare la bellezza e la forza delle sue opere europee (il recente Black Book, ad esempio) per sottolineare l’importanza di questo autore.

La bellezza di Elle, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, è l’ennesima prova materiale che conferma la nostra tesi su Verhoeven.

Elle è un film disturbante, intriso fino alle viscere di umorismo folle e di crudele cinismo. Già dalle prime scene, le immagini di uno stupro atroce appena concluso, il regista mette in chiaro con il suo pubblico che non ha alcuna intenzione di percorrere sentieri edificanti o accomodanti. Cosi l’elaborazione del trauma di Michèle, donna in carriera con un’infanzia macchiata da un terribile delitto, diventa nelle mani di Verhoeven qualcosa di continuamente sconcertante. Non è solo per la sua precisa capacità di affrontare la violenza senza esagerazioni o furbo compiacimento. Il cineasta tratta il suo racconto mischiando sempre le regole, saltando da un genere all’altro, cercando nello spettatore il disgusto, la risata o la sorpresa.

Nonostante l’idea camaleontica di trasformare Elle in un’opera cangiante, la traiettoria del regista diventa chiara, soprattutto grazie alla performance totalizzante della sua protagonista, Isabelle Huppert.

Molti hanno scritto che il film è, allo stesso tempo, un amaro noir, un thriller erotico, una commedia grottesca. Pur toccando temi e situazioni di tutti questi generi, Elle è, invece, soprattutto un horror disperato, completamente incentrato sull’evoluzione del suo mostro principale, impersonato appunto dalla Huppert.

Con una grazia luciferina, l’attrice francese (simbolo manicheo di una borghesia d’oltralpe arrogante e vuota) interpreta una donna che sa vestirsi da vittima indifesa a carnefice insaziabile, non solo nelle dinamiche straordinarie di una violenza sessuale subita ma, soprattutto nella vita quotidiana, con familiari e amici. E’ con lo sguardo diretto nel suo presente di forza (manager di un’azienda, madre-amante-moglie accorta di uno stuolo di uomini inetti, figlia di un altro mostro) che la Michèle della Huppert riesce a mangiarsi non solo il suo aguzzino, ma l’intero mondo sciocco che la circonda, dimostrandosi la vera “bestia feroce” presente nella storia.

Probabilmente, senza la prova maiuscola della sua protagonista (giustamente candidata all’Oscar come miglior protagonista) un’opera come Elle non avrebbe avuto, non solo la forza spregiudicata di un messaggio ben lontano dal canone del politicamente corretto nei nostri tempi, ma anche un senso d’esistere concreto.

Un’ulteriore dimostrazione della grandezza di un autore capace di scegliere con intelligenza la sua “eroina” e, davvero, impossibile da limitare alle etichette facili di una cinefilia da copertina.

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