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Venerdì, 30 Gen 2026

filochefFilochef. I filosofi a tavola di Federica Cibien e Francesca Gallerani, Editore Il melangolo, Genova, 2016, pp.101, euro 7.

Recensione di Roberto Tomei

Libro inusuale, questo che qui presentiamo, dato che i filosofi sono soliti attribuire poca validità al senso del gusto e, più in generale, al corpo come strumenti di conoscenza. Al riguardo, non si può non ricordare come Kant, al pari della maggior parte dei filosofi che lo hanno preceduto, considerasse olfatto e gusto sensi inferiori e dunque soggettivi, come tali incapaci di far accedere a una conoscenza universale.

Tuttavia, in quanto uomini come tutti gli altri, anche i filosofi si sono in qualche modo rapportati alle questioni riguardanti cibo, scelte alimentari e prescrizioni dietetiche, magari inquadrandole nella più ampia problematica dei rapporti tra natura e cultura. Una materia, questa, in cui si registrano le posizioni più disparate. Da un Platone che nega alla gastronomia qualsivoglia valenza culturale – relegandola a mera attività pratica, sicché l’unico merito che si può ascrivere al cuoco è quello di riempire le pance e soddisfare i palati – all’estremo opposto di un Epicuro che considera il cibo un appagamento necessario, tanto da identificare nella sazietà del corpo il principio e la radice di ogni bene, equiparabile alla sazietà dello spirito.

Resta il fatto che, a prescindere da più o meno compiute teorizzazioni, il libro è anche uno strumento per entrare nel privato di personalità per questo aspetto sconosciute.

Scopriamo così che Platone aveva una predilezione per i fichi secchi, mentre Aristotele era appassionato di pentole, di cui sembra possedesse una ricca collezione. Epicuro era, invece, ghiotto di formaggio, soprattutto se fuso in un pentolino, mentre Zenone di miele, vino e fichi verdi.

Diogene, frugale in tutto, si nutriva soltanto di ciò che la natura offriva spontaneamente all’uomo, rinunciando così a cuocere i cibi.

Una posizione simile la ritroveremo in Rousseau, visto che anche per lui il nutrimento doveva servire solo alla sopravvivenza, senza bisogno di ricorrere agli artifici della cucina, spazio privilegiato per la manifestazione del superfluo. E dato che avevano bisogno di un’arte così particolare per rendere commestibili i loro piatti, a suo parere i francesi non sapevano mangiare.

La stessa critica che, per altri motivi, Nietzsche muoveva ai tedeschi, lui che amava il cioccolato e la cucina piemontese, soprattutto le salsicce, che si faceva spedire dalla madre, e tutto ciò che di grasso e calorico si poteva trovare su una tavola, con buona pace di quel che predicava sulla necessità di sapersi misurare nella dietetica.

Di fronte al cibo, come si vede, ogni filosofo reagisce diversamente, spesso finendo per comportarsi come tutti gli altri uomini, che proprio non sanno resistere alle tentazioni della vita, tra le quali una parte importante hanno quelle della gola.

Per chi sa cavarsela in cucina, il libro riporta anche un discreto numero di ricette gastronomiche. Quelle che sarebbero piaciute ai filosofi, naturalmente.

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