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Sabato, 09 Mag 2026

serenita ape10Serenità. L’arte di saper invecchiare, di Wilhelm Schmid, Fazi Editore, Roma, 2015, pp. 89, euro 14.

Recensione di Roberto Tomei

Da sempre l’uomo si interroga sul modo migliore per invecchiare. Sotto questo aspetto, dunque, Schmid continua una tradizione che risale ai greci, a partire da Socrate e passando per i dialoghi platonici e l’opera di Aristotele, ma che conosce forse in Seneca il maggior rappresentante, avendoci egli lasciato sull’argomento due trattati importanti, letti ancora oggi, ossia il De brevitate vitae e il De tranquillitate animi, anche se è soprattutto in quest’ultimo che sviluppa il tema della serenità, mentre il primo è più dedicato a considerazioni sull’otium e sul modo migliore per il sapiente di impiegare il tempo di cui dispone.

Tornando a Schmid, dobbiamo dire, innanzitutto, che quest’ultimo suo libro prosegue la serie degli altri (in Italia sempre pubblicati da Fazi) già dedicati dall’autore all”’arte di vivere”. Un’opera che, nel suo complesso, è destinata non a specialisti quanto a un pubblico più vasto, a tutti coloro, insomma, che sono attratti da queste tematiche e si interrogano sul senso della vita e sul suo inevitabile scorrere.

Sin dalla Prefazione, ricaviamo l’intento/obiettivo dell’autore, cioè “il tentativo di presentare dieci passi per raggiungere la serenità”, così da conquistare una “art of aging” invece dell’”antiaging”, ossia, piuttosto che un’arte di contrapposizione e rifiuto, un’arte di vivere la vecchiaia in una dimensione di senso e di pienezza. La vecchiaia è vista così come una serena accettazione del proprio status, un’accettazione che si estende a comprendere anche le patologie tipiche di questa età, come la depressione senile, qui intesa come malinconia, e le impossibilità che la caratterizzano, come quella di una ridotta attività sessuale.

Si capisce bene così che la vecchiaia diventa qualcosa che di per sé si pone in contrapposizione ai dettami della società in cui viviamo, ovunque dominata da un’ansia di prestazione. Rivendicando, infatti, per sé il diritto all’inerzia e alla passività, la vecchiaia si declina come un rifiuto che assume la composta forma di resistenza al sistema capitalistico, che tende a marginalizzarla come un qualcosa di imbarazzante per la società odierna.

Del libro ciascuno può pensare quel che crede. Di certo, la sua lettura fa svanire l’idea della vecchiaia come di un tempo cupo, perché essa non è un disastro naturale ma un’arte di apprendere, lasciando da parte ogni sterile nostalgia del passato, che non esiste più e, dunque, non può tornare.

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