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Domenica, 22 Mar 2026

Downsizing di Alexander Payne, con Matt Damon, Neil Patrick Harris, Kristen Wiig, Jason Sudeikis, Christoph Waltz, Margo Martindale, Maribeth Monroe, durata 135’, nelle sale dal 25 gennaio 2018, distribuito da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Tra le produzioni kolossal degli studios e i mini-budget dei progetti super-indie, negli Usa c’è spazio per un mondo cinematografico ibrido, dai costi produttivi considerevoli e dalle aspirazioni artistiche-autoriali importanti (spesso premiate con piogge di nomination all’Oscar).

Spesso, questi lavori sono realizzati da registi e sceneggiatori provenienti dal paradiso fatato del Sundance Film Festival (il festival di produzioni indipendenti fondato da Robert Redford e organizzato ogni anno tra le nevi di Salt Lake City), diventato, ormai, più che la vetrina per giovani autori originali e coraggiosi, una sorta di fabbrica per talenti hipster, dove le grandi case di produzione possono arruolare registi dal manierismo concettuale esasperato e dall’”arroganza” narrativa stucchevole. Alexander Payne è uno dei maggiori simboli di questa categoria e il suo ultimo Downsizing non fa che confermarlo.

Dal suo esordio fino all’odierno status di “venerato maestro” (con tanto di doppio Oscar per la sceneggiatura), Payne ha regalato al pubblico mondiale una lunga serie di storie dal vago sapore umoristico, dove uomini senza alcuna qualità si ritrovano schiacciati dal mondo a causa della loro mediocrità.

E’ evidente che il messaggio, tanto caro al regista di Omaha, sia quello di stigmatizzare lo squallore umano dell’americano medio, di deridere la sua incapacità di affrontare la Vita e di spezzare le catene della propria inettitudine. La parabola di Paul (Matt Damon), che vede il suo sogno di ricominciare una nuova vita (sfruttando la recente invenzione norvegese del rimpicciolimento umano) in un incubo di stupidità e patetismo, si inserisce perfettamente nella lunga schiera di idioti raccontata negli anni da Payne.

A differenza dei suoi predecessori (Clooney, Nicholson), Matt Damon, però, si lascia completamente sopraffare dalla cattiveria pseudo-satirica del regista, trasformando il suo personaggio in una macchietta stucchevole.

Downsizing è, dunque, l’ennesimo capitolo della supponente crociata di Payne contro le nefandezze della classe media. A sorprendere in negativo, però, non è solo il fatto che il film venga dopo lo struggente Nebraska (il piccolo capolavoro del regista, segnato da un’empatia autobiografica emozionante) ma che la pellicola cerchi di inserirsi nella nuova deriva televisiva fantascientifica, con risultati banali.

Guardando alla fortunata riscoperta di Philip Dick o, soprattutto, al successo di serie come Black Mirror, dove sono descritti futuri terribili quanto verosimili, l’autore cerca di concentrarsi sulla sua perfetta, piccola, distopia.

Purtroppo per lui, oltre per la povertà dei mezzi, Payne dimostra di non avere questo genere tra le sue corde, mischiando malamente satira, risvolti sci-fy e momenti drammatici (quest’ultimi anche molto efficaci ma gettati nel mucchio senza alcuna attenzione).

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Critico cinematografico

 

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