La pubblica (d)istruzione - Come la destra ha sabotato la scuola con la complicità della sinistra di Alex Corlazzoli – Editore PaperFIRST, aprile 2026 – pp. 160, euro 15,00.
Recensione di Adriana Spera
Un po’ come accade per la giustizia, per i sistemi elettorali e per molti altri temi cruciali per la vita degli italiani, anche per la scuola (per non parlare dell’università) ogni governo smantella quanto fatto dal precedente.
Alex Corlazzoli è un ex maestro elementare e con questo suo La pubblica (d)istruzione - Come la destra ha sabotato la scuola con la complicità della sinistra, come scrive nella prefazione Eraldo Affinati, «trattiene a stento l'insofferenza di chi vive personalmente l'insanabile contraddizione fra l'impronta protocollare delle norme cadute dall'alto e la vitale effervescenza che si respira tra i banchi».
E ancora Affinati - finalista del “Premio Strega 2016” con L’uomo del futuro. Sulle strade di Don Lorenzo Milani - ci dice «Il giorno in cui riusciremo a sottrarre la Scuola alla contrapposizione politica fine a se stessa avremo compiuto un grande avanzamento di civiltà sociale».
Tutti i ministri sono smantellatori ma, al contempo, dal ’95 in poi (ministro Giancarlo Lombardi), sono accomunati dalla sciagurata intenzione di aziendalizzare la scuola, trasformarla da palestra per la mente, per sviluppare un pensiero critico, in preparazione per il mondo del lavoro, allontanando sempre più i programmi scolastici dalla cultura.
D’altronde, per avere conferma di questi orientamenti basta leggere quanto scritto nei rapporti annuali sulla scuola della “Fondazione Agnelli” e nei programmi per la scuola di Confindustria, da ultimo nella “Rivista di politica economica Sistema Italia 2025” l’articolo di Andrea Gavosto e Marco Gioannini La scuola in Italia: criticità e priorità di intervento.
Dicevamo: ogni ministro che arriva cambia tutto. Tutto meno ciò che realmente occorre fare per riformare e aggiornare la scuola italiana ai tempi e alla società che cambia! Anzi, a questo giro, è in atto una vera e propria “controriforma” della scuola, un ritorno alla scuola autoritaria del passato. Intanto, nessuno si chiede cosa sia e come si deve insegnare. In conclusione, per il nostro autore, siamo dinanzi «a un sistema politico che, dietro scelte populiste e demagogiche fatte sulla pelle dei bambini e dei ragazzi, nasconde un’incompetenza mai vista prima».
La destra, a caccia di una ipotetica egemonia culturale, sta riportando l’istituzione scolastica all’ottocento. Sembra che nessuno degli esimi pedagogisti di Viale Trastevere abbia letto Lettera a una professoressa di Don Milani, laddove il prete di Barbiana scriveva: «la Scuola del merito dovrebbe considerare i punti di partenza e valutare gli alunni sulla base delle loro effettive condizioni famigliari».
Merito e umiliazione sembrano essere diventati la via maestra per l’educazione, l’opposto del Maestro autorevole e affettuoso, pur essendo molto severo, praticato da Don Milani, che dava grande importanza alla responsabilizzazione dei ragazzi.
Oggi, l’orientamento prevalente sembra essere quello di allontanare le nuove generazioni da una scuola che si vuole d’impronta autoritaria e classista, come dimostrano il ritorno al giudizio, la militarizzazione delle aule, la revisione delle indicazioni nazionali, la censura dell'educazione sessuale, l'esclusione delle altre religioni al di fuori di quella cattolica, la proposta poi abortita per mancanza di risorse di installare i metal detector a scuola, la negazione dello ius scholae, nonostante le promesse dei forza italioti. Il concetto di merito sembra riportarci alla scuola del 1923 d’impronta gentiliana, merito come obbedienza, altro che scuola dell’apprendimento, scuola come competizione, anziché come comunità solidale. Risultato: la dispersione scolastica cresce e vola oltre il 10%.
Né va meglio agli insegnanti: il precariato è sempre imperante, nonostante le promesse della “riforma “, detta della Buona scuola, che assicurava di cancellare questa piaga. I supplenti si misurano spesso con contratti brevi, che devono superare lo scoglio di innumerevoli iter burocratici, costretti a volte anche ad adire le vie legali per essere retribuiti e/o per ottenere la Carta docenti (un bonus di 500 euro per l’acquisto di libri, dispositivi, corsi ed altro).
Chi è di ruolo si misura con retribuzioni che sono fra le più basse d’Europa, il veto per gli insegnati di avere pagine social e di esprimere opinioni nonostante il bailamme di regole che cambiano ad ogni governo. Ad esempio, per quanto concerne i voti/giudizi, dal 2008 ad oggi le regole sono cambiate quattro volte; quanto poi alle Indicazioni nazionali, ora si cerca di stabilire nel dettaglio i programmi anno per anno, alla faccia dell’autonomia del docente, quanto alla sbandierata educazione civica: dovrebbe svolgersi nell’arco di 33 ore l’anno (sic!).
E vogliamo parlare degli edifici scolastici? Il 59% non ha neppure il certificato di agibilità; con il PNRR si sono abbattute scuole che in alcuni casi rischiano di non essere mai più riedificate; si sono spesi 1,4 miliardi di euro per infrastrutture digitali quali tablet, computer, lavagne elettroniche, ma la rete non sempre va e poi si vieta l’uso di cellulari.
Insomma, questo governo come sta facendo anche per la cultura e per le arti, sta trasformando l’istruzione in campo di battaglia ideologico, rischiando così di distruggere la scuola, come già accaduto con il cinema.
Corlazzoli per tutta la sua carriera ha avuto una linea di principio, le parole della sua prima insegnante «a scuola la maestra Teresa mi ha insegnato che lo Stato siamo noi … Ho così sempre pensato che tocca a ciascuno di noi, ogni giorno, essere lo Stato, il Comune, l’Ospedale, la Posta, la Caritas, l’ufficio migranti della Questura, la Scuola. Ciascun cittadino è l’azionista di questa realtà».
Il nostro autore conclude amaramente: «Se oggi la scuola è distrutta la responsabilità è di ciascuno di noi che non abbiamo fatto fino in fondo il nostro dovere. Di fronte al crimine di aver raso al suolo i valori di un'istruzione che aveva nelle sue fondamenta in maestri come Mario Lodi, Maria Montessori, Alberto Manzi, don Lorenzo Milani piccola Gianni Rodari, le sorelle Agazzi, Gian Franco Zavalloni, Grazia Honegger Fresco, Loris Malaguzzi e tanti altri… É come se nessuno si sentisse davvero parte dello Stato ma solo suddito».
Adriana Spera

