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Lunedì, 24 Ago 2026

In piena bufera Covid-19, al netto dei numeri e delle percentuali di persone infette o guarite, dei gravi danni arrecati alla economia e alla società in generale, balza con evidenza marcata il numero degli anziani che il nostro Paese sta perdendo giorno dopo giorno.

Ci si riferisce a quelle donne e a quegli uomini che dopo averci dato la vita, ci hanno donato la Democrazia, hanno fatto esplodere il boom economico del dopoguerra, ci hanno messo a dormire con favole “delicate” per affrancarci dalla paura, ci hanno fatto studiare rappresentandoci il futuro come meta raggiungibile a determinate condizioni.

Sono quelli che, poi, si sono trasformati in nonni all’arrivo dei nipoti (perché la parola nonno coincide con il lieto evento) senza investitura ufficiale, men che mai con la firma di un decreto di nomina, perché essere nonni è una proclamazione di fatto.

Sono quei nonni che hanno sostituito e sostituiscono, con abnegazione e intelligenza, “l’assenza involontaria” dei genitori, consci che con il loro impegno consolidano sicuramente le Capacità del bambino, dell’adolescente e del giovane, e spesso rappresentano un punto di riferimento.

Sono quei genitori che, in più di una famiglia su tre (37%), aiutano il bilancio domestico dei propri figli e, nei fatti, hanno assunto una dimensione rilevante; gli ultimi dati statistici segnano un aumento del numero dei nonni di età compresa tra i 50 e i 60 anni.

Nel nostro Paese, le persone anziane sono oltre 15.200.000 e per aspettativa di vita siamo, comunque, al secondo posto a livello mondiale dopo il Giappone, con una media pari a 82,3 anni (80,9 per gli uomini 85,2 per le donne).

Stiamo parlando delle larghe spalle sulle quali questo Paese è poggiato.

Non può continuare ad esserci dicotomia tra l’investire sui giovani, sul loro welfare e agevolare un rinnovato ruolo dei nonni: entrambi rappresentano due facce di una stessa medaglia, che deve essere contrapposta all’ageismo.

Un termine che ritorna con violenza inaudita in questa epoca in cui si comincia a parlare di selezione nell’assistere gli ammalati anziani, ma che raggiunge il suo parossismo quando si ascoltano dichiarazioni ciniche e superficiali, come quella del giornalista olandese Jort Kelder che, in diretta TV, pochi giorni fa ha dichiarato: stiamo salvando gli ottantenni obesi che fumano, chissà quanti danni economici comporterà il salvataggio di queste persone che potrebbero morire tra due anni.

Ma forse una forma di ageismo ancora più subdolo è nascosto nel segreto della gestione delle Rsa (Residenze sanitarie assistite) che, come un vaso di Pandora, hanno messo alla luce la triste e critica situazione in cui sono abbandonati i nostri anziani.

Fra le tante riflessioni che Covid-19 ci sta consegnando, rimane forte la convinzione che siamo obbligati ad optare per una visione che guardi con attenzione ad un modello di società che privilegi la qualità della vita, ridisegnandola in una dimensione tale da guardare al presente e al futuro senza discrimine fra generazioni, perché non c’è ossimoro tra l’investire sulle future generazioni e agevolare un rinnovato ruolo dei nostri nonni, ma codipendenza vera e propria e questo trade–off è un punto cruciale, che va realmente preso in considerazione prima che sia troppo tardi.

È un percorso obbligato non per affrancarci dalle responsabilità, ma per evitare di continuare a “snobbare” le migliaia di morti portati via nell’assordante silenzio di questa immane tragedia.

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