06. 05. 2021 Ultimo Aggiornamento 04. 05. 2021

PNRR, obiettivo primario sia rafforzare la sanità pubblica

Categoria: Il Foglietto

La sentenza del Consiglio di Stato, che salva l’Ospedale San Giacomo di Roma, grazie alla coraggiosa battaglia di Maria Oliva Salviati, speriamo segni un’inversione di tendenza dopo anni di chiusure di ospedali pubblici e tagli di posti letto, che hanno indebolito l’efficienza del sistema sanitario regionale.

Forse non tutti ricordano che nel 2005, all’indomani delle elezioni regionali vinte da Piero Marrazzo e perse da Francesco Storace (subito dopo nominato ministro della sanità nel governo Berlusconi III), la nuova giunta, fatta una ricognizione del bilancio regionale, rilevò un disavanzo di ben 9,9 miliardi, in gran parte riconducibile alle spese per la sanità (oltre il 70%), per coprire il quale fu acceso un mutuo trentennale con lo Stato, pagando una rata annuale di 300 milioni. Al suo arrivo nel 2006, il governo Prodi si fece carico di coprire con risorse statali il 50% del debito maturato prima del 2000. La Regione Lazio nel bilancio 2008, tra le altre cose per ripianare il deficit sanitario, chiudeva il San Giacomo.

Non si pensi che quel debito monstre - almeno per quanto concerneva la gestione sanitaria - abbia condotto ad una seria riorganizzazione del Servizio Sanitario Regionale tale da invertire la tendenza al deficit. Infatti, la gestione finanziaria del SSR ha continuato a registrare per tutti gli anni successivi pesanti disavanzi, che hanno comportato un massiccio ricorso alla imposizione regionale addizionale Irpef e Irap e che hanno portato al commissariamento della sanità da parte dello Stato e alla stesura di diversi Piani di rientro (anch’essi assai discutibili), mai completamente onorati.

Fatto sta che, al momento del commissariamento, che riguardò anche altre Regioni, il deficit del Lazio corrispondeva al 30% di quello nazionale, era insomma il più elevato.

Intanto, alla guida della Regione Lazio si sono susseguiti diversi presidenti, alcuni si sono dovuti dimettere anticipatamente per le note ragioni (Piero Marrazzo e Renata Polverini). Per quanto concerne la sanità, da ottobre 2012 al marzo 2013, il governo nominò commissario ad acta Enrico Bondi. Dalla sua elezione a marzo 2013 e fino al 2019 - quando, con un avanzo di 88 milioni, ha condotto il Lazio fuori dal commissariamento - Nicola Zingaretti è stato anch’egli commissario ad acta per la sanità.

Si è usciti dalla gestione commissariale tagliando moltissimi posti letto e chiudendo interi ospedali, senza però rafforzare quelle strutture sanitarie territoriali di cui oggi si parla tanto. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2011, nel Lazio c’erano 72 strutture di ricovero pubbliche, scese a 56, nel 2017, con un saldo negativo di 16 strutture. In particolare, nel 2011 il Lazio aveva 46 ospedali a gestione diretta, divenuti nel 2017 appena 33.

Solo a Roma, oltre all’ospedale San Giacomo, sono stati chiusi o vi sono stati mantenuti solo degli ambulatori: il Forlanini, il Santa Maria della Pietà, il CTO, il Nuovo Regina Margherita e forse ne dimentichiamo qualcun altro. Sono stati ridimensionati il San Filippo Neri, il Sant’Eugenio e il San Camillo. Ma non basta, per alcune strutture si è pensato alla vendita con cambio di destinazione d’uso come nel caso del Santa Maria della Pietà e dell’ex Forlanini, storico polo d’eccellenza per la ricerca e la cura della tubercolosi (ormai riapparsa con i migranti), definitivamente chiuso nel 2015 e classificato con una delibera del 2016 come bene disponibile, in vendita, per 70 milioni di euro. Poi, a seguito delle proteste dei residenti, Zingaretti è tornato sui suoi passi, annunciando nel 2017 uno stanziamento di 250 milioni per la conversione del complesso in un polo della pubblica amministrazione di cui, però, si sono perse le tracce. Si sa soltanto che la gestione del complesso, immerso in un parco di 28 ettari, sarebbe passata a Cassa Depositi e Prestiti.

Per il Cto, come per il San Giacomo, prima di pensare alla cessione, sono state spese risorse per ristrutturazioni.

Gli ospedali chiusi sono stati sostituiti dalle cosiddette “Case della Salute”, che dovrebbero rappresentare un nuovo nuovo modello di sanità diffusa, presidi territoriali aperti dalle 8,00 alle 20,00, dove si erogano prestazioni sanitarie e sociali. Al contempo, la Regione, nonostante disponga di diverse strutture sanitarie ad alto valore aggiunto (Unità di terapia intensiva coronarica, Cardiochirurgie, Neurochirurgie, Centri trapianti etc.) non attrae pazienti dalle altre regioni e così quelle strutture prestigiose lavorano in perdita, il saldo tra mobilità attiva e passiva, nel 2019, era negativo per più di 270 milioni.

Inoltre, cure primarie, strutture intermedie e prevenzione sono ancora al di sotto del fabbisogno dei cittadini e ciò produce notevoli ritardi nell’erogazione delle prestazioni e sovraffollamento dei pronto soccorso.

Le strutture private accreditate a vario titolo sono 946, il 36% dei posti letto sono in convenzione con il privato (ma c’è chi sta peggio, come la Puglia, con il 40% o la Lombardia, con il 38%). La dotazione media reale di posti letto ospedalieri è di 2,9 per 10mila abitanti.

Nel Lazio, come altrove, l’esito positivo dei piani di rientro sui disavanzi sanitari è dovuto innanzitutto a una forte compressione della spesa, piuttosto che a un processo di riorganizzazione complessiva dell’offerta sanitaria, atto a rafforzare i servizi alternativi all’ospedale e a superare la frammentazione della rete e il ricorso a strutture private accreditate di dimensioni limitate.

In compenso, nella Regione Lazio, in un anno, “grazie” al Covid, siamo passati dai 543 posti letto di terapia intensiva e 200 di subintensiva ai 4000 mila posti letti in più di cui 450 in terapia intensiva, previsti dal cosiddetto scenario IV, preannunciato dall’assessore alla salute lo scorso 4 marzo.

Ma a non andare bene, da oltre un decennio - con tagli per 37 miliardi, 10mila posti letto (dal 1997 meno 40%) e 42.800 dipendenti a tempo indeterminato in meno, come si legge nella pubblicazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) per il 2019 Lo Stato della Sanità in Italia: “Il blocco del turnover è stata infatti la principale modalità̀ di contenimento della spesa sanitaria degli ultimi anni” - è tutta la sanità italiana sempre più privatizzata. Una gestione, quella esternalizzata, assai dispendiosa per le Regioni che non sempre si traduce in posti di lavoro alle stesse condizioni di quello pubblico e che non risolve l’annoso problema delle liste d’attesa. Secondo il Rapporto OASI 2019, attraverso accorpamenti e riattribuzioni di funzioni le aziende ospedaliere sono passate da 97 alle attuali 43. Anche il numero di aziende sanitarie territoriali si è ridotto da 197 a 120. Su mille ospedali, quasi il 48,20% sono privati accreditati. Il Sistema Sanitario Nazionale dispone di circa 191 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 23,3% nelle strutture private accreditate.

Scrive nel suo rapporto l’UPB: “negli anni si è assistito, in relazione con le politiche di consolidamento adottate, a un significativo disinvestimento nella sanità pubblica, che si manifesta con carenze soprattutto sulla dotazione di personale. La contrazione delle risorse ha favorito solo in parte miglioramenti dell’efficienza e una efficace riorganizzazione dell’offerta. Ne sono derivate conseguenze sull’accesso fisico ed economico, soprattutto nel periodo della crisi, e uno spostamento di domanda verso il mercato privato”. Nelle Regioni con piano di rientro poi “le carenze strutturali, la presenza di un forte settore privato accreditato, le dimensioni troppo piccole delle strutture e la penuria di risorse rendono più difficile superare i motivi di arretratezza e attuare le necessarie riorganizzazioni”.

Infatti, già prima che scoppiasse il Covid, secondo il Censis, il 35,8% degli italiani, almeno una volta, non era riuscito a ottenere una prestazione nel sistema pubblico, trovando le liste d’attesa chiuse. Una situazione aggravata dall’introduzione del superticket, la quota fissa di 10 euro per ricetta sull’assistenza specialistica ambulatoriale, ora cancellato, che aveva portato il 27% dei cittadini a rivolgersi a strutture private, mentre il 6,8% dei meno abbienti aveva proprio rinunciato alle prestazioni di cui necessitava.

Insomma, con la fiscalità generale si depotenzia il pubblico e si finanziano quelle strutture private alle quali possono rivolgersi solo coloro i quali dispongono di un reddito più alto. Chi è povero, non potendosi permettere di curarsi, accumula patologie ed è più fragile in caso di una pandemia, come quella che stiamo vivendo. Come si legge nel Rapporto Gimbe 2019 “Considerando che i fondi sanitari sono garantiti da una quota consistente di denaro pubblico sotto forma di spesa fiscale, e che buona parte di questa alimenta business privati, questo sistema di fatto si sostituisce al pubblico e spiana la strada alla privatizzazione”.

A ciò si somma la crescita del numero dei fondi sanitari privati, passati da 267 nel 2010 a 322 nel 2017 - conseguente alla contrattazione aziendale, nonché a quella territoriale e nazionale, agli accordi interconfederali e nel settore pubblico – che, oltre tutto, ha per effetto una riduzione del gettito Irpef (che, ricordiamo, serve anche a finanziare il servizio sanitario nazionale) e che, trattandosi di voci retributive non pensionabili, contribuiranno a tenere basse le già misere pensioni future. Sempre l’UPB scrive “Queste misure favoriscono un sistema categoriale-corporativo alternativo al servizio pubblico – e conclude – Assecondare questa tendenza e contemporaneamente continuare nella compressione del finanziamento del servizio pubblico potrebbe mettere in discussione l’universalità del sistema vigente, laddove il passaggio a un sistema sanitario mutualistico, o addirittura privatistico, potrebbe avere l’effetto di aumentare la spesa complessiva per la sanità, con pressioni anche su quella pubblica … Per un paese come l’Italia, con elevato debito pubblico, il modello prescelto di gestione della sanità, ovvero il servizio sanitario pubblico, oltre a favorire una maggiore equità, rappresenta uno strumento essenziale per controllare i costi, che in altri sistemi, basati su mutue e assicurazioni pubbliche (ad esempio, Francia o Germania) o su una preponderanza del privato (Stati Uniti), tendono a crescere con ritmi molto più veloci, portando spesso a una spesa pubblica più alta”.

Sta di fatto che da noi si spende poco e male, in media 2.139 euro per cittadino, un importo molto lontano, ad esempio, dai 4.444 della Norvegia e dai 4.248 della Germania, cosa ancora più grave ove si consideri che l’Italia è il paese europeo con la maggiore percentuale di cittadini di età tra i 65 e gli 85.

La ciliegina finale è la scarsità di risorse per assumere e formare medici e biologi: pochi posti nelle scuole di specializzazione, non tutti retribuiti, poche borse di studio. A quarant’anni dalla sentenza della Corte di giustizia europea che riconosceva retribuzione, contributi e copertura dei rischi professionali per gli specializzandi, ancora non v’è una piena attuazione per i medici, mentre per i biologi non è previsto alcunché!

L'auspicio è che il Cardinal Salviati, che nel 1593 donò alla Confraternita di San Giacomo degli Incurabili l’immobile da destinare alla cura degli ammalati, possa illuminare, dapprima, gli estensori del redigendo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e, poi, il legislatore, per risanare e rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e cancellare le diseguaglianze prodottesi con la devoluzione introdotta dal Titolo V della Costituzione.

Adriana Spera
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