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Lunedì, 23 Mar 2026

di Rocco Tritto

E’ noto che lo stato si serve della statistica, in quanto scienza volta alla quantificazione dei fenomeni reali, per regolamentare questi nel modo che ritiene più consono alla realizzazione dei propri fini. E poiché questi variano nel tempo, parallelamente varia l’attività statistica disimpegnata dallo stato.

In Italia, per lungo tempo, essa è stata considerata un’attività marginale e, come tale, piuttosto negletta nell’ambito dell’organizzazione dei pubblici poteri. La svolta avviene con l’avvento del fascismo, dato che l’obiettivo degli “otto milioni di baionette” non era conseguibile se non all’esito di un’accurata politica demografica. Quest’opzione ideologica è alla base della creazione dell’Istituto centrale di statistica, che muove i primi passi nel 1926 e consolida il suo assetto nel 1929.

Nell’ambito dei pubblici poteri, un’organizzazione che si rivela tra le più durature, visto che, a parte l’istituzione nel 1966 degli uffici regionali, sarà soppiantata solo nel 1989 (dlgs 322).

La riforma si rende necessaria per rimediare agli sprechi di risorse e alle duplicazioni di indagini che da tempo affliggevano il settore. Con l’occasione, pur restando l’Istat al centro della scena, si decide di affiancargli una rete di uffici, presenti nelle più importanti realtà amministrative del paese.

Non è questa la sede per fare bilanci, ma una cosa ci sentiamo di dire, ossia che di vera riforma si trattò. Dopo ci sono stati soltanto rattoppi.

Talvolta questi si sono resi necessari per armonizzare la statistica con la tutela della privacy, talaltra per fornire una nuova regolamentazione delle sanzioni da applicare agli inadempienti all’obbligo di fornire le informazioni richieste, dopo che l’Usi aveva sollevato il caso, prontamente ritenuto degno di approfondimento da parte della Corte dei conti e culminato con l’intervento salvifico del governo, ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale.

Tale intervento, comunque, non ha evitato a numerosi amministratori e dirigenti dell’Istat una sentenza di condanna, peraltro appellata, seppure per importi assai ridotti rispetto al danno quantificato dalla Procura della Corte dei conti, prima dell’intervento del governo.

Con un successivo inopinato provvedimento legislativo (legge n. 196/2009), forse al fine di presentare una figura di presidente dell’Istat come la più imparziale possibile, si è stabilito che la nomina del medesimo necessita del parere favorevole dei due terzi dei componenti delle competenti commissioni parlamentari.

Anche se all’apparenza diverso, sempre tra questi rattoppi va computato il Dpr n. 166 del 2010, presentato come la panacea di tutti i mali, ma del quale, come abbiamo spesso ripetuto, non v’era in realtà alcun bisogno, per non parlare degli effetti collaterali che ha prodotto, tra cui il benservito dato agli storici dirigenti amministrativi di fatto dell’ente, ora intruppati in un’ineffabile ”rete”.

Pensavamo di aver toccato il fondo, ma ci eravamo sbagliati, perché non  avevamo previsto l’arrivo della madre di tutte le toppe: un emendamento presentato dal governo a un suo decreto legge (n.101/2013) e supinamente, è proprio il caso di dirlo, recepito dal parlamento che l’ha convertito in legge (125/2013), con conseguenze nefaste per l’ente di statistica, come dimostrato con un nostro articolo della scorsa settimana.

Infatti, con il predetto emendamento, oltre ad aver maldestramente abrogato la disposizione che garantiva all’Istat la possibilità di maneggiare i dati sensibili (art. 6 bis, dlgs 322/89), il governo, visto che c’era, ha pensato bene di eliminare un altro periodo del primo comma dell’art. 7 del medesimo dlgs., lasciando inspiegabilmente in vita il successivo periodo, indissolubilmente legato al precedente e che ora – come abbia già detto - somiglia proprio a un morto che cammina.

Come se non bastasse, nelle modifiche all’art. 13, ha fatto la comparsa il termine “varianti”, sinora ignoto alla statistica (ma tipico dei piani regolatori edilizi dei comuni), che solitamente tratta di “variabili”.

Ultima perla dell’immaginifico emendamento, diventato legge, il richiamo allo statuto dell’Istat: peccato che nessuno l’abbia mai visto, né avrebbe potuto, dal momento che l’ente ne è sprovvisto e che la sua struttura è disciplinata da regolamenti di organizzazione, meglio noti come Aog.

Dopo tutti questi svarioni, per usare un eufemismo, si rimane sgomenti a pensare a un governo che non perde occasione per rivendicare la propria opera finalizzata a rendere stabile il Paese, con il forse più inutile degli emendamenti ha di fatto destabilizzato la statistica ufficiale.

Senza dimenticare, poi, che da quasi otto mesi sempre questo stesso governo non è riuscito ancora a designare il nuovo presidente dell'ente.

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