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Giovedì, 11 Giu 2026

Mentre Matteo Renzi annuncia una non meglio specificata riorganizzazione (soppressione?) delle sedi regionali dell'Istat, si segnalano grandi manovre tra Palazzo Vidoni, Palazzo Chigi e Montecitorio, per individuare tra gli aspiranti alla prestigiosa carica di presidente dell’ente statistico, il candidato in grado di ottenere il gradimento da parte dei due terzi dei componenti delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato.

L’impresa appare a dir poco ardua e potrà essere realizzata soltanto se gli “ambasciatori” del Pd raggiungeranno una intesa preventiva con quelli di Forza Italia, i cui voti appaiono determinanti per sbloccare una situazione che da quasi un anno vede al vertice dell’Istat un facente funzioni.

Dopo lunghe trattative tra Pd e Forza Italia, a dicembre scorso l’incredibile odissea - che si protraeva da diversi mesi dopo l’uscita di scena anticipata di Enrico Giovannini, chiamato da Enrico Letta alla guida del dicastero del Lavoro - sembrava terminata con l’accordo bipartisan sul nome di Pier Carlo Padoan il quale, però, proprio alla vigilia della nomina definitiva, accettava la carica di ministro dell’Economia, così riaprendo le danze per la presidenza dell’ente di via Balbo.

Il governo Renzi, per il tramite del ministro della Funzione Pubblica, prima di effettuare la nuova designazione, ha optato per un bando pubblico, al quale con tanto di curriculum hanno risposto in quaranta, tra i quali lo stesso Giovannini, ex ministro ed ex presidente dell’ente, che si sarebbe addirittura fatto certificare dall’Antitrust la non sussistenza di cause di incompatibilità.

Ora, più che il curriculum sarà determinante, come innanzi evidenziato, un accordo politico, che assicuri al designando presidente dell’Istat i voti necessari da parte delle commissioni.

Fino a quando l’intesa non ci sarà, Antonio Golini potrà tranquillamente continuare a svolgere l’incarico di presidente facente funzioni e a percepire la relativa indennità che, dopo l’inopinata decisione assunta nel 2009 dal ministro Tremonti di farla lievitare a 300 mila euro annui (poi ridotti a 270), è stata, con un decreto del 17 gennaio scorso, più che dimezzata e fissata in 131.835 euro.

Con gran sollievo per ill contribuente.

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