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Domenica, 18 Ott 2026

Il degradarsi del dibattito pubblico internazionale, con gli Usa sempre più impegnati ad alzare i toni, rivela molte tensioni che si sono cumulate nel tempo che hanno molte radici. Una di queste, ingombrante e mai troppo sottolineata, è la situazione fiscale statunitense che, con noncuranza davvero imperiale, si sta avviando verso una spirale indirizzata al superamento di diversi record storici: quello del debito totale, quello del deficit, quello della spesa totali per interessi.

Davvero è possibile che la principale economia del pianeta, che per inciso emette sostanzialmente la moneta internazionale, possa sopportare una pressione fiscale crescente senza che il resto del mondo ne risenta? Personalmente non credo. E anche le ultime uscite dell’amministrazione Trump, dai tagli annunciati da Musk all’imposizione di dazi, portano come sottotitolo il desiderio neanche troppo celato di far pagare innanzitutto agli alleati il costo di una crescente tensione fiscale. Una volta gli imperatori imponevano tributi ai territori conquistati per alimentare il tesoro dell’imperatore. Oggi non sembra poi così diverso.

Staremo a vedere. Nel frattempo è utile farsi un’idea della situazione. L’outlook più aggiornato sui conti pubblici statunitensi lo ha pubblicato di recente l’Istituto Brookings, ed è una lettura consigliata a tutti coloro, e sono tanti, che pensano che il debito pubblico non sia un problema. Qui prenderemo in esame solo alcuni elementi che servono a tratteggiare una tendenza di lungo periodo che, a legislazione vigente, vede il debito pubblico Usa al 118% del pil già nel 2035, record storico, grazie al costante alimento di un deficit alto e persistente alimentato da uno sbilancio primario costante, intorno al 2% del pil, cui si somma una spesa per interessi che si prevede arriverà al 4,1%, sempre nel 2025, dal 3,1% di oggi. Un altro record storico, che si somma a quello del deficit.

E poiché discorriamo di deficit, è interessante vedere come si produce questo buco crescente di bilancio, visto che ad ogni spesa corrisponde un certo tipo di impiego che racconta per vie traverse come si sta evolvendo una società.

Due cose vale la pena notare nel grafico sopra. La prima: il peso crescente di interessi sul debito e sanità, che crescono insieme al costo della social security fino agli anni Trenta e poi continuano a crescere mentre la social security si schiaccia al 6% del pil. Poi il peso decrescente di tutte le altre spese, a cominciare da quella militare che plana dolcemente verso il 2% del pil. L’America dei prossimi decenni si preannuncia molto diversa da quella attuale, stando almeno alla contabilità.

Ma, come abbiamo detto, queste stime sono fatte a legislazione vigente. L’attuale amministrazione ha già annunciato svariati tipi di azioni che vanno da tagli di spese ad aumenti delle tasse, quindi sul tutto grava una notevole incertezza. Rimane il fatto che serviranno ampie correzioni per riportare la traiettoria fiscale Usa su andamento più sostenibile. E se questa correzione non arriverà aumenterà il rischio di shock, che inevitabilmente sarebbero propagati al resto del mondo.

Chiunque abbia masticato anche solo un po’ di storia economica ricorda che già una volta gli Usa, nel 1971, si liberarono con un annuncio in tv di un obbligo – la convertibilità del dollaro in oro – che mise in grave difficoltà i numerosi creditori e il mondo intero, generando una profonda ondata di caos monetario. Ciò per dire che il gigante Usa fa sempre ciò che gli fa più comodo, quando si muove nella cristalleria dell’economia internazionale. Se rompe non paga. E i cocci comunque sono suoi.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
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