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Venerdì, 23 Ott 2026

di Roberto Tomei

Tra tutti gli esseri viventi, l'impiego delle parole è prerogativa esclusiva degli umani. Tra quelle in  uso, alcune, in certi periodi, tendono a imporsi sulle altre: qualche mese fa c'era lo spread (che continua ogni tanto a far capolino), ora tocca agli "esodati".

Quest'ultimo termine non è nuovo, ma ha soltanto avuto una traslazione di senso, che però conserva all'inusuale participio (puro burocratese) tutto il suo significato "tragico".

Usciti dal Welfare nostrano, infatti, gli odierni esodati altro non sono che gli ultimi eredi (almeno lo speriamo) degli Ebrei che, come racconta la Bibbia, uscirono dall'Egitto per raggiungere la terra promessa. Ma il progenitore diretto degli attuali esodati va cercato in un decreto del ministro Marini, che nel 1992 coniò il termine in materia di previdenza del personale degli autoferrotranvieri.

Oggi come ieri, esodo indica comunque la partenza da un luogo di una massa di persone. Forse gli esodati di oggi sono addirittura più di quelli dell'esodo biblico. Di certo, c’è discordia su quanti siano con esattezza.

In ogni caso, quelli di ieri potevano contare sulla guida di Mosè e l'aiuto di Dio, che aprì loro le acque del mare; quelli di oggi, invece, essendo meno fortunati, debbono aggrapparsi a Fornero e Camusso. Magari hanno meno fede dei loro omologhi biblici, ma alla luce del conflitto tra i dati dell’Inps e quelli del ministero sul loro esatto numero, come non comprendere  la loro paura di venire "esodati" dagli stessi esodati. E, visti certi tragici esiti di tanta diffusa disperazione, speriamo solo da loro.

E’ necessario perciò che il governo intervenga per assicurare a tutti quella parità di trattamento prevista innanzitutto da quel che resta della Costituzione.

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