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Martedì, 17 Mar 2026

di Roberto Tomei

Seconda Repubblica e principio maggioritario sono concetti che si richiamano tra loro, quasi a formare un binomio inscindibile, con un’accentuazione brutale a partire dal varo del Porcellum, la legge elettorale che tutti dicono di voler abrogare ma purtroppo ancora in vigore, che commentammo su questo giornale alla vigilia delle ultime elezioni politiche, allorché fummo facili profeti nel dire che essa prometteva sfracelli, come poi puntualmente avvenne.

Sul principio maggioritario, spacciato per la panacea di tutti i mali della politica, si segnala ora il contributo critico di Luciano Canfora (La trappola. Il vero volto del maggioritario, editore Sellerio, Palermo 2013), che ne mette a nudo limiti e contraddizioni, negandogli ogni preteso potere salvifico.

Nell’ambito dell’ordinamento dello Stato, il valore decisivo della legge elettorale non è difficile da cogliere. Questa, per Montesquieu, è da considerare legge fondamentale dello stato costituzionale, come nella monarchia di diritto assoluto è legge fondamentale il diritto di eredità. Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca anche Romagnosi, per il quale la “teoria dell’elezione” è “l’oggetto più geloso che l’ordinamento dello stato deve statuire”.

Che si trattasse di materia delicata, da maneggiare con cura, ne ebbero consapevolezza anche i nostri costituenti, che pensarono di includerla tra quelle sottratte al referendum. E se l’attuale articolo 75 della Costituzione non la ricomprende tra queste tutto è dipeso da Meuccio Ruini, che con un colpo di mano riuscì ad ometterla senza che nessuno se ne accorgesse.

Nel suo brillante volumetto, Canfora se la prende soprattutto con la sinistra, il Pci-Pds-Ds-Pd, che ha sposato il principio maggioritario dopo averlo avversato per anni, a partire dalla battaglia contro la legge truffa, risalente ormai a sessant’anni fa, e che nella nostra storia, manco a dirlo, ha avuto soltanto il precedente della legge Acerbo del 1923, voluta da Mussolini per garantirsi il premio di maggioranza.

Per Canfora, “cambio di cultura, persuasione di poter vincere al tavolo da gioco la battaglia elettorale, sfiducia forse nella propria capacità di conquistare consensi e illusione che nella lotta politica esistano scorciatoie: tutto questo determinò il passaggio alla cultura del maggioritario proprio al vertice della forza politica che più aveva, e così a lungo, presidiato il principio fondamentale della democrazia: un uomo/un voto”.

L’argomento a favore del maggioritario è la famigerata esigenza di governabilità, che però non può legittimare, come già notava Ruffini nel 1926, il trionfo di un insostenibile “principio di minoranza”.

Quel che non occorre mai dimenticare, in ogni caso, è che il dettato costituzionale (art. 48) sancisce il voto “uguale”, che verrebbe annullato da una rappresentanza eletta col maggioritario, vero strumento di deformazione della volontà popolare.

E’ bene tenere sempre a mente, in conclusione, che “tutte le leggi di tipo maggioritario, nella loro molteplice varietà, sortiscono, dunque, l’effetto di attenuare, e nei casi più gravi snaturare, il principio del suffragio universale (libero e uguale).

Pertanto, “operare per ripristinare il criterio proporzionale della rappresentanza politica altro non è che lottare per ripristinare il principio del suffragio universale”.

C'è poi da non sottovalutare il fatto che il sistema proporzionale garantisce un'ampia rappresentatività della varie componenti della società, che in momenti come l'attuale, di grande crisi e di forti tensioni, è un dato tutt'altro che da trascurare, in  quanto permette di evitare o, quantomeno, di contenere quegli scontri frontali di cui il paese non ha certo bisogno. Il risultato è la possibilità di coalizioni omogenee, che nulla hanno a che vedere né con forzate "larghe intese" né con fazioni che si impongono grazie ad artificiosi "premi di maggioranza".

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