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Martedì, 05 Mag 2026

Costituzione alla mano, il referendum costituzionale è previsto per “opporsi” alle modifiche della Carta che non siano state votate dai due terzi delle Camere. E’, insomma, una “garanzia” della Costituzione, come tale ricompresa nel Titolo VI, intitolato appunto “Garanzie costituzionali”.

Quello che andiamo a votare il 4 dicembre, perciò, è un referendum anomalo, perché non ha finalità oppositive ma confermative, in quanto ideato come un espediente per ottenere un plebiscito a favore del Governo, nell’ottica di una democrazia di investitura, esito ultimo della perdita di rappresentanza sancita dall’Italicum, la nuova legge elettorale che fa tutt’uno con la revisione costituzionale.

Sviluppatosi come affare di Governo, il referendum è diventato – pur se a fasi alterne, stando alle dichiarazioni del premier – una questione di sopravvivenza del Governo stesso. Una impostazione che francamente stupisce, perché l’ultima volta che un governo ha perso un referendum confermativo, cioè nel 2006 quando gli elettori respinsero la” riforma” costituzionale di Berlusconi, non successe proprio un bel niente, né incertezze né conflitti, tanto che nessuno se ne ricorda più. E’ Renzi, insomma, che si è incaponito a legare le sorti del governo con quelle del referendum, laddove gli sarebbe bastato soltanto dichiarare di voler rispettare il responso delle urne, salvo ad attivarsi poi per una riforma di segno diverso in caso di esito negativo.

In ogni caso, fatta la scommessa plebiscitaria, è subito risultato a tutti evidente la crescente asimmetria tra i mezzi messi in campo dal fronte del Sì rispetto a quelli a disposizione dell’opposto fronte del No. Uno squilibrio tangibile già in Parlamento durante il percorso “riformatore”, scandito da maxiemendamenti e astuzie varie, poi entrate in circolo coi nomi di “tagliole” e “canguri”, e continuato poi col crescente allineamento della stampa su posizioni filogovernative, fino alla Lettera-appello per il Sì. inviata da Renzi agli italiani all’estero.

Di certo, quanto al risultato, se la pretesa riforma dovesse passare, essa, insieme all’Italicum, farebbe quanto meno accentuare il deficit di legittimità dell’intero sistema politico-istituzionale. Quel deficit che, come sottolineato da Stefano Rodotà, si è già manifestato ”in un crescente distacco dei cittadini da politica e istituzioni, che viene sbrigativamente liquidato con una parola che suole indicare una responsabilità tutta dei cittadini, antipolitica, mentre è l’effetto di un progressivo dissolversi della legittimità della politica e delle istituzioni che questa costruisce”.

Ma v’è di più. Con l’Italicum già in vigore e il passaggio della “riforma” entreremmo in un autentico regime, come tanto sinteticamente quanto efficacemente rilevato da Maurizio Viroli: “Renzi avrà sul Parlamento, ridotto a una sola Camera deliberativa infarcita di mezze calzette che dipendono da lui in quanto capo del PD per la loro elezione e rielezione, un potere di fatto senza limiti. A restringere il potere della maggioranza restano il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale, ma sono deboli argini”, perché non possono interferire con l’esercizio dei poteri di governo, che viceversa sono forti.

Al punto in cui siamo, in virtù del referendum, solo il popolo (che già non vota più per la Provincia e non si vuole che voti più nemmeno per il Senato) può ergersi a presidio della Costituzione. Come ebbe a dire Raniero La Valle in occasione della riforma Berlusconi del 2005, “esso non dovrà semplicemente difendere la Costituzione del ’48, ma dovrà instaurarla di nuovo. Non dovrà solo sottrarla all’oscuramento cui è oggi condannata, ma riscoprirla ed illuminarla come mai ha fatto finora”.

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