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Martedì, 05 Mag 2026

Volti tirati e tanta tristezza al processo d’appello proposto dai quattro componenti effettivi della commissione grandi rischi (Barberi, Boschi, Calvi e Eva) e dai tre “aggiunti” (De Bernardinis, Dolce e Selvaggi), tutti condannati in primo grado per il tragico terremoto che sconvolse L’Aquila il 6 aprile del 2009, mietendo 309 vittime.

Volti tirati e tanta tristezza non solo tra gli imputati ma anche tra le tante parti civili, che hanno perso i loro cari e che hanno tutto il diritto di chiedere giustizia.

Ma l’impressione che ci siamo fatti venerdì scorso a L’Aquila, dopo aver sentito la lunga e dettagliata relazione introduttiva del presidente della Corte, che ha sintetizzato le oltre mille pagine della sentenza di condanna inflitta agli imputati il 22 ottobre 2012 dal Tribunale del capoluogo abruzzese, è che forse sul banco degli imputati dovevano esserci altri soggetti, in primis coloro che nel corso del tempo hanno permesso a vario titolo che si costruisse su suoli che, per la loro conformazione, non potevano e non dovevano essere edificabili.

Insomma, a nostro avviso, i veri responsabili del disastro, assieme a quanti hanno realizzato edifici utilizzando materiali scadenti o commettendo errori di calcolo.

Quanto alle accuse mosse ai quattro membri effettivi della commissione e ai tre “aggiunti” (sì proprio “aggiunti” - assieme ad altri tre, non coinvolti nell’inchiesta - perché la commissione stessa potesse raggiungere il numero legale necessario per deliberare, giusta il disposto del Dpcm n. 1250/2006, abrogato con Dpcm 7 ottobre 2011), rei di aver tranquillizzato o di non aver allarmato la popolazione aquilana, esse ci sono parse sinceramente insufficienti per motivare la condanna.

Al di là dell’aspetto formale, tutt’altro che secondario, della illegittima composizione della Commissione, circostanza che certamente non potrà essere ignorata sia in appello che in Cassazione, ciò che lascia perplessi è proprio il tenore dell’accusa mossa indistintamente ai sette imputati condannati per omicidio colposo: distorta comunicazione del rischio; carente e fuorviante informazione; negligenza e imprudenza nella valutazione del rischio.

Frasi queste più volte echeggiate in aula nel corso della requisitoria del procuratore generale, che ha chiesto per tutti gli imputati la conferma della condanna di 1° grado.

Eppure, anche dopo l’acquisizione da parte della Corte d’appello di un filmato della trasmissione d’inchiesta Presa diretta, riguardante la conferenza stampa tenutasi dopo la riunione, è apparso chiaro che se cattiva informazione ci fu, questa non sarebbe assolutamente ascrivibile a tutti gli imputati ma solo a chi ebbe effettivamente e fattivamente contatti con gli organi di informazione, rilasciando dichiarazioni che avrebbero potuto condizionare senza alcun ragionevole dubbio i comportamenti dei cittadini aquilani, convincendoli a restare in casa, nonostante il susseguirsi di scosse, l'ultima delle quali, il 30 marzo, di magnitudo 4.

Se qualcuno dei presenti alla riunione del 31 marzo 2009, il cui verbale venne diffuso dopo che si era verificato il terremoto, si espresse in tal senso al di fuori della Commissione, è chiaro che lo fece in proprio, evidentemente senza alcuno specifico mandato da parte degli altri esperti.

Vedremo quale sarà il verdetto della Corte di appello che, come da noi anticipato le scorse settimane, giungerà a breve, al massimo entro la metà di novembre.

Ma riteniamo che la parola fine a questa dolorosa vicenda potrà metterla soltanto la Corte di Cassazione.

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