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Venerdì, 06 Nov 2026

70 mostra cinema veneziadall'inviato Luca Marchetti

Intorno alla Mostra del Cinema di Venezia, quest’anno, le aspettative erano altissime.

Non solo bisognava rispondere adeguatamente al Festival di Cannes, a maggio più elogiato che mai, ma c’era un importante compleanno da festeggiare, il settantesimo. Alberto Barbera, al secondo anno della sua seconda esperienza come direttore della Mostra, è stato costretto a organizzare l’edizione perfetta. C’è riuscito? I risultati della prima settimana sono, ovviamente, ancora altalenanti e parziali per dare un giudizio complessivo, ma già ad oggi possiamo dire di aver visto tanti film importanti.

Il Film d’Apertura

Il regista messicano Alfonso Cuaron (I figli degli uomini, Y tu mama tambien) fantasticava su questo progetto da anni. Il suo sogno era raccontare, attraverso la deriva fisica ed esistenziale di un’astronauta nello spazio profondo, una storia quasi mistica.

Dopo aver addirittura creato nuove tecnologie adatte a riprendere, e rendere credibili, i movimenti degli attori nello spazio, grazie a due ottimi George Clooney e Sandra Bullock (quest’ultima, veramente sorprendente), Gravity non ha deluso le attese, sbalordendo tutti per l’eccelsa qualità visiva e per la sua profondità. Forse citare Tarkovsky è azzardato ma, a caldo, credeteci, è un paragone sensato.

Il Concorso

Rompiamo subito gli indugi. Il film migliore visto finora, e probabilmente lo sarà per tutto il festival, è stato The Wind Rises del maestro Hayao Miyazaki. Testamento artistico (proprio in queste ore il regista ha annunciato di volersi ritirare dal cinema) di un grande narratore.

E' difficile considerare quest’opera un semplice film d’animazione. Enorme, potente, emotivamente sconvolgente, il biopic su Jiro Horikoshi, importante progettista di aereonautica, è una pellicola che lascia senza fiato. Lontano dalla giocosa spensieratezza dei suoi ultimi film, The Wind Rises (il titolo viene da una poesia di Verlaine) è un commovente omaggio per un visionario (lo stesso regista?) che ha speso la sua intera vita per realizzare i propri sogni.
Interessanti, al netto dei loro difetti, anche i due southern movies del concorso: Joe e Child of God.

Il primo, ritorno al dramma indipendente di David Gordon Green, enfant prodige americano, è quasi un western moderno, la ballata disperata di un uomo (un ritrovato e convincente Nicolas Cage) che cerca l’espiazione per i propri peccati aiutando un giovanissimo vagabondo a scappare da una vita senza prospettive.

Il secondo, invece, diretto dalla star James Franco, deve molto della propria forza al romanzo omonimo di Cormac McCarthy, da cui il film è tratto. Oltre a qualche efficace idea di regia (l’utilizzo della musica country è entusiasmante), la pellicola rimane impressa per l’interpretazione ferina e viscerale del suo Scott Haze, attore sconosciuto qui ad una prova esagerata.

Molto applaudito, a ragione, anche Philomena, ottima pellicola inglese di Stephen Frears su un’anziana donna irlandese alla ricerca del suo figlio perduto. Si piange e si ride grazie all’ottima sceneggiatura di Steve Coogan (anche co-protagonista) e all’interpretazione immensa di Judi Dench, grande dama del cinema già pronta a febbraio a guardare agli Oscar da favorita.

Per completare la nostra panoramica non ci resta che segnalarvi la piccola, grande (e bellissima) Mia Wasikowska, avventuriera australiana nel Tracks di John Curran, o l’esordio non disprezzabile di Emma Dante con Via Castellana Bandiera, pellicola discontinua ma dall’ammirevole coraggio.

Night Moves, thriller asettico e rigoroso di Kelly Reichardt, invece, dobbiamo ancora digerirlo, indecisi se considerarlo un capolavoro o liquidarlo come un noiosissimo esercizio di stile.

Sul greco Miss Violence e sul tedesco La moglie del poliziotto, infine, non possiamo dare giudizi, visto che li abbiamo (forse colpevolmente) evitati.

Il Fuori Concorso

Tra le varie sezioni collaterali al concorso, invece, abbiamo ben poco su cui parlare. Archiviata la bolla di sapone The Canyons di Paul Schrader, mediocre film sulla crisi morale della società occidentale, non ci resta che consigliarvi Why Don’t You Play in Hell?, folle divertissement del giapponese Sion Sono e il corto di Mario Sesti, La voce di Berlinguer, omaggio sentito e commovente al compianto (oggi più che mai) segretario del Pci.

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