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Sabato, 07 Nov 2026

di Luca Marchetti

Arrivato alla sua trentunesima edizione, il Festival del Cinema di Torino si conferma una kermesse viva, capace di coinvolgere, nonostante il freddo siberiano, un’intera, splendida, città in una decina di giorni di grande cinema.

Sotto il vessillo del nuovo appassionato direttore Paolo Virzì (ancora incerto se confermare il proprio impegno anche il prossimo anno), il team del TFF ha organizzato un’ottima selezione, dove a grandi film di richiamo, arrivati direttamente da Cannes e Berlino, si accompagnano piccole sorprese provenienti da tutto il mondo. Certo, se alla qualità artistica della proposta fosse corrisposta un’organizzazione più fluida (il sistema dei biglietti per le proiezioni serali è, oggettivamente, troppo macchinoso) e un ufficio stampa flessibile e disponibile, la nostra esperienza nel capoluogo piemontese ne avrebbe giovato. Non vogliamo aprire polemiche ma troviamo incomprensibile, e anche un po’ presuntuosa, la decisione di non concedere al Foglietto (senza alcuna spiegazione) l’accredito stampa, nonostante la documentazione richiesta fosse stata puntualmente inoltrata, costringendoci così a coprire l’evento in modo incompleto. Un Festival vivace, divertente e internazionale come questo non ha, davvero, bisogno di scadere in meschinità provinciali.

I Film

Torino è famosa per la capacità, forse unica, di allestire una sezione competitiva colma di pellicole interessanti, fatte di idee e suggestioni uniche. Dal poco che abbiamo visto (siamo stati solo tre giorni), non possiamo che confermare la sua fama. Le sole due pellicole del Concorso che abbiamo visionato sono opere dall’impatto emotivo destabilizzante, fiere delle proprie anime indipendenti e low-budget. La bataille de Solferino dell’esordiente Justine Triet, un frenetico ritratto di una Francia arrabbiata e disillusa alla vigilia della deludente era-Hollande, è, infatti, una pellicola dalla forza disarmante, un’opera che un regista italiano dovrebbe guardare almeno dieci volte per capire come si deve parlare del proprio paese in modo semplice ed efficace.

Stesso discorso va fatto per l’ottimo Club Sandwich di Fernando Eimbcke, non a caso film risultato vincitore del premio al miglior film. Nel raccontare l’ordinaria rivoluzione sessuale dell’adolescente Hector e delle reazioni umane della mamma Paloma, il regista messicano decide di puntare sul realismo dei sentimenti, riuscendo senza troppi artifizi a emozionare il proprio pubblico.

Nelle altre sezioni collaterali, invece, si sono alternati documentari terzomondisti un po’ ripetitivi (Adelante Petroleros! dell’italiano Maurizio Zaccardo), commedie folli e surreali (il delicato Prince Avalanche di David Gordon Green e lo sfrenato Wrong Cops di Quentin Dupieux) e dramm,i con sfumature thriller, lenti e implacabili (le due opere canadesi Whitewash e Blood Pressure).

I pezzi forti, però, sono i due capolavori che hanno illuminato le serate torinesi. Nella sezione Festa Mobile (la più popolare) sono stati presentati a poche ore di distanza Inside Llewyn Davis dei Fratelli Coen e All is lost di J.C. Chandor. Se il valore del film dei due cineasti americani, l’epopea straziante di un cantante folk senza qualità (arricchito da una colonna sonora splendida), era scontato, a sorprendere è stata l’opera seconda del giovane Chandor. Concentrandosi totalmente sul suo eroe Robert Redford, alle prese con un naufragio nel pieno dell’oceano Indiano, oltre ad essere l’esempio di ottimo cinema d’avventura (nonostante il suo protagonista non dica quasi una parola per tutta la pellicola), offre al suo leggendario attore principale la possibilità di regalare alla Storia una performance incredibile, una prova recitativa che rimarrà impressa a lungo nella memoria di tutti.

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