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Sabato, 07 Nov 2026

Il giuramento di Ippocrate a cura di Giorgio Cosmacini, Edizioni Albo Versorio, Milano, 2013, pp. 46, euro 4,90.

Recensione di Roberto Tomei

Dopo duemila anni, ancora oggi i laureati in medicina continuano a recitare il Giuramento di Ippocrate, riconoscendogli tutta l’importanza che merita. Quel breve testo rimane, infatti, un caposaldo, in quanto rappresenta il condensato dei principi cui deve ispirarsi l’arte medica.

A commentarlo, nel volumetto che qui si presenta, è Giorgio Cosmacini, uno tra i nostri più grandi storici della medicina, che ci informa dell’esistenza di una “questione ippocratica”, analoga alla più dibattuta e nota “questione omerica”. Sì, perché, secondo alcuni, Ippocrate esisterebbe soltanto nei suoi scritti. Resta il fatto, viceversa, che la sua figura è ricordata da testimoni autorevoli come Platone e Aristotele ed è stata oggetto persino di una biografia di Sorano di Efeso.

Come ricorda Cosmacini, il Giuramento “è stato visto, di volta in volta, come vincolo tra maestro e allievo, o patto d’iniziazione, o contratto associativo, o dettato deontologico, o carta giuridica, o somma di divieti, finanche come precorrimento del messaggio spirituale cristiano”.

Quel che sorprende è che vi sono passaggi del Giuramento tuttora oggetto di grandi dibattiti in campo bioetico, dalla problematica del fine-vita a quella d’inizio-vita.

Interessante la distinzione, ma anche il rapporto tra medico e chirurgo, quest’ultimo identificato in un operatore manuale, abile per esperienza e abilitato per delega ad aiutare il medico nella cura dei malati. Ed invero, la medicina ippocratica era un’arte tripartita, che comprendeva la dietetica, la farmaceutica e, da ultimo, la chirurgia, cui era affidata l’interventistica manuale, ossia la “ferramentaria”, esercitata sotto sorveglianza del medico.

Importanti soprattutto, nel Giuramento, le tante regole di comportamento nel rapporto medico-paziente, cui spesso si richiamano le raccomandazioni ordinistiche odierne.

 

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