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Venerdì, 30 Gen 2026

La mite. Racconto fantastico di Fedor Dostoevskij, a cura di Serena Vitale, editore Adelphi, Milano, 2018, pp.103, euro 11.

Recensione di Roberto Tomei

Questo racconto, definito fantastico ma in sommo grado reale, fu presentato per la prima volta dall’autore nel novembre del 1876 sulle pagine della rivista che egli pubblicava mensilmente, Diario di uno scrittore (lo stesso titolo della rubrica che nel ’73 aveva curato per il settimanale Il cittadino), di cui era unico autore e redattore.

Sempre sul Diario, che cessò le pubblicazioni già nel 1877, apparvero per la prima volta altri racconti (come Il contadino Marej, Il sogno di un uomo ridicolo, La centenaria, Il bambino da Gesù alla festa di Natale), ma Dostoevskij vi scrisse un po’ di tutto: di religione, storia, letteratura, politica, attualità e altro ancora, dando vita, come dice la curatrice del volume, a un’opera unica nella letteratura mondiale.

La mite è un racconto che copre un arco di tempo di diverse ore ed è incentrato sulla figura di un uomo (già ex capitano dell’esercito cacciato con l’accusa di viltà e ora titolare di un banco dei pegni), la cui moglie, suicidatasi alcune ore prima gettandosi dalla finestra, è stesa davanti a lui sopra un tavolo, secondo l’usanza del tempo in Russia, quando il cadavere veniva lavato, rivestito e posto su un tavolo o una panca, con la testa rivolta verso “l’angolo delle icone”. L’uomo è sconvolto e sta cercando di concentrare i suoi pensieri per capire cosa è successo, di trovare quella “verità” che pian piano gli si rivela in modo abbastanza chiaro e definito.

Ritroviamo qui due topoi tipicamente dostoevskiani: la mite e il suicidio. Diverse sono, infatti, le miti dell’autore, come non pochi (certamente più degli omicidi) sono i suicidi presenti nelle sue opere. Due sono le miti in Delitto e castigo: la sorella dell’usuraia, Lizaveta, vittima casuale del disegno omicida di Raskol’nikov, e la giovanissima Sonja Marmeladova, costretta dalla miseria alla prostituzione.«Lizaveta! Sonja! Povere, miti creature dagli occhi mansueti … Care! Perché non piangono? Perché non si lamentano? … Hanno lo sguardo mite e placido … ». Celebri anche i suicidi e di ogni tipo: logici, filosofici (come quello di Kirillov nei Demoni), espiatori (come, sempre nei Demoni, quello del grande peccatore Stavrogin) o, infine, umili (come quello della sartina che salta dalla finestra di una mansarda stringendo un’icona tra le mani). Quest’ultimo è forse il più tremendo, perché si riesce ad accettare che la mancanza di fede possa portare a togliersi la vita, ma uccidersi con il nome di Dio sulle labbra, come fa la sartina, è un’immagine che sconvolge e tormenta.

Il racconto che, come detto sopra, si snoda nell’arco di poche ore, riportando l’ordine-disordine psicologico del protagonista, meglio che se fosse registrato da uno stenografo, richiama, in qualche modo L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo, che ha osato ancora di più, ipotizzando che fosse proprio il condannato a tenere degli appunti non solo di quello che sarebbe stato l’ultimo suo giorno, ma perfino dell’ultima sua ora e sino all’ultimo minuto. Fantasia inverosimile, come, del resto, anche quella di Dostoevskij, che non a caso dà a La mite il sottotitolo di Racconto fantastico.

Ed è proprio l’ordine-disordine del protagonista a ritmare contenuto e stile del racconto, in cui psicologia e spiegazioni latitano e la scrittura si presenta sovversiva e disarmonica, espressioni di una voluta incompiutezza, probabilmente preordinata a stimolare le riflessioni del lettore.

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