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Sabato, 22 Giu 2024

Elena lo sa, di Claudia Piñeiro - Editore Feltrinelli/Collana i narratori - Traduzione di Pino Cacucci - 2023, pp. 160 - in brossura, euro 17,00; disponibile anche in eBook, euro 11,99.

Recensione di Adriana Spera

Potremmo dare molte definizioni di questo libro della grande scrittrice argentina Claudia Piñeiro. Banalmente, potremmo limitarci a definirlo un noir. In realtà, esso è al contempo un saggio socio-antropologico sulla lettura che la società, innanzitutto chi ne è colto da vicino, dà della malattia e sugli strumenti che essa offre per aiutare il malato (meglio dovremmo dire: gli ostacoli che la società pone al malato che reclama il proprio fondamentale diritto umano alla salute). Ma è pure un libro su maternità e figliolanza, su come vengono intesi questi due ruoli, il rapporto fra le due entità, sul diritto delle donne di scegliere se esser madri e quello dei figli se essere accudenti verso i genitori.

Per estremo, si potrebbe anche definire un libro sull’eutanasia, su chi sceglie di morire per non vedere più soffrire le persone amate, per non vivere più un’esistenza totalmente assorbita dalla cura dell’altro.

Sicuramente è un libro la cui lettura risulta essere un’esperienza dolorosa, che ti scava dentro, aggravata dal tipo di scrittura, un uso anticonvenzionale della punteggiatura che, a causa anche dell’assenza di virgolette nei dialoghi, richiede una grande concentrazione per capire quale personaggio stia parlando.

Forse è per questo che Elena lo sa, pubblicato nel 2007 in Argentina col titolo Elena sabe, è approdato in Italia solo quest’anno - e negli altri paesi negli anni scorsi, finalista all’International Booker Prize 2022 del Regno Unito - con la magistrale (come sempre) traduzione di Pino Cacucci, il quale ha raccontato che l’autrice, nel consegnargli il testo gli ha detto: «Ci tengo che tu lo legga perché i miei editori esteri stentano a decidersi, dicono che sia un romanzo troppo triste…».

La protagonista principale, Elena, è affetta da morbo di Parkinson, che chiama “Lei la puttana malattia infame”, si muove in un ambiente, tipico dei paesi cattolici, ottuso e perbenista (come lo sono soprattutto i paesi sudamericani reduci da lunghe dittature), che cela indifferenza ed egoismo dietro l’ipocrisia delle buone maniere e della fede.

Come sempre, nei romanzi di Piñeiro ci si muove in un universo prevalentemente femminile. La storia ruota attorno a tre le donne, tutte un po’ vittime e un po’ aguzzine.

Elena, vittima della sua malattia che viene raccontata nei minimi dettagli. La sua vita è ormai regolata dall’assunzione della levodopa per ridurre i sintomi ma, al contempo, è vittima delle cattive maniere della figlia Rita che la assiste pur umiliandola continuamente. Ciononostante, Elena vuole vivere, non si arrende mai.

Rita, che non ha più una propria vita, assorbita come è dalle cure da prestare alla madre.

Isabel, madre contro la sua volontà, vittima di un marito che nasconde, dietro le apparenze della famiglia felice, il suo essere omosessuale.

Quando Rita viene trovata morta impiccata, le indagini ufficiali vengono rapidamente chiuse, il caso archiviato come suicidio, ma sua madre non ci crede per vari motivi: Rita aveva paura dei temporali e dei fulmini perciò non si sarebbe mai avvicinata alla chiesa in un giorno di pioggia per poi impiccarsi con la corda delle campane. Ed è così che Elena si mette alla ricerca di chi ha ucciso sua figlia.

Elena si chiede più volte, cercando di resistere alla sofferenza per la morte di Rita «come può definirsi un genitore quando perde un figlio. Se si perde un genitore si diventa orfani. Quando si perde il coniuge si diventa vedove, ma un figlio? Cosa si diventa quando si perde una figlia?»

La narrazione della “indagine” di Elena si muove attorno ad una descrizione così minuziosa della malattia che condiziona ogni istante della sua giornata (muovere il piede destro, infilarsi la manica della giacca, guardare in alto, lo sternocleidomastoideo irrigidito che la costringe a volgere gli occhi solo verso terra, cercare di trattenere la bava che le cola fuori dalla bocca, deglutire la compressa di levodopa che le permette di controllare meglio i sintomi) e del comportamento, dello sguardo pieno di ribrezzo degli altri, tanto da farci immedesimare e soffrire con la protagonista. Ella si chiede. «Ha senso, nel mio stato, dentro un corpo rattrappito, andare dalla parrucchiera? Si chiede. Un malato di Parkinson può fare sesso? Oppure, può avere un gatto che gli faccia compagnia? E come fai a prenderti cura di lui se il farlo per te stessa è una continua lotta? ».

Attimo dopo attimo, pasticca dopo pasticca, Elena non è incattivita ma arrabbiata sì, stanca sicuramente, ma è risoluta a far valere le sue ragioni come donna più che come madre, come persona che non come paziente.

In questa sua ricerca della verità, Elena non trova nessuno disposto a crederle e ad aiutarla perciò decide di intraprendere un faticoso viaggio, tanto breve quanto pieno di incognite nel suo stato di salute, per andare a cercare un’alleata, una donna che a suo giudizio aveva un debito con sua figlia. È un’occasione anche per fare un bilancio della propria vita, per rendersi conto che, in fondo, non ha mai vissuto una vita piena, poche sono state le sue scelte non condizionate dagli stereotipi.

Un libro che è una riflessione sui condizionamenti per le donne in una cultura oscurantista che permea tutto il vissuto dall’amore alla maternità, per finire a trattarle come un oggetto inutile quando arriva una malattia devastante come il Parkinson.

Adriana Spera
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