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Lunedì, 23 Mar 2026

di Rocco Tritto

Diversamente da quanto accade negli altri paesi europei, dove tutto è più razionale e programmato, in Italia, a fine d’anno, c’è la tradizione del Milleproroghe, altrimenti detto l’ultimo treno per Yuma.

Quest’anno, la tradizione è stata celebrata in modo particolarmente confuso, tanto da imporre una serie di retromarce e di aggiustamenti, causati dalle bacchettate del Colle a governo e presidenti delle Camere.

I più caustici dicono che alla fine nemmeno i lobbisti riuscivano più a raccapezzarsi in questo caos di provvedimenti, che andavano e venivano, un po’ come i pensieri di Montale nella chiusa de “ La casa dei doganieri “.

Mentre ancora si fatica a capire chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso, per l’Istat il 27 dicembre è arrivato il quasi habemus papam, ossia la designazione del presidente da parte del governo, nella persona di Pier Carlo Padoan, come dal Foglietto, tanto tempestivamente quanto solitariamente, anticipato sin dal lontano 5 novembre scorso, quando tutti, ma proprio tutti, sindacati compresi, dormivano della grossa, salvo poi attingere a piene mani dal nostro settimanale, senza mai citare la fonte.

Ma di designazione appunto si tratta, cioè di una proposta di persona, che per diventare nomina vera e propria richiede il disco verde delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Sempre qui è stato il punctum dolens della procedura, dato che questa – dopo la riforma del 2009, varata per dar vita a presidenti “di garanzia” – esige, per la nomina, il consenso dei due terzi dei componenti di tali  commissioni, che finora è mancato. E meno male che c’era il governo delle larghe intese , forse meno coeso dell’ attuale ma sicuramente con una base di consenso più vasta.

Ora che le larghe intese sono venute meno e il consenso è diminuito, sulla carta dovrebbe essere più difficile, se non impossibile, raggiungere la fatidica soglia dei due terzi. A meno che il governo, per chiudere la partita dell’Istat, non ricorra all’inossidabile manuale Cencelli, mettendo sul tavolo un “premio” da assegnare a qualche forza di opposizione che, per una sola votazione, facesse comunella con la maggioranza.

Ma  quale sarebbe il “premio”? Presto detto: la poltrona di direttore generale dello stesso Istat, lasciata libera da settembre scorso, dopo la scadenza del mandato di Maria Lucia Carone.

Staremo  a vedere se e con chi il governo di Letta il giovane farà combriccola per dare un presidente pleno jure all’ente di via Balbo.

Se, invece, l’accordo non dovesse andare in porto, ma è assai improbabile, la designazione di Padoan, molto vicino al Partito democratico, autorevole esponente della Fondazione Italianieuropei presieduta da Massimo D’Alema, andrebbe definitivamente in archivio e sarebbe necessaria una nuova proposta da parte del consiglio dei ministri.

Intanto, i giornaloni nazionali esultano affermando che dopo Cottarelli, l’attuale mister spending  review prelevato dal Fondo monetario internazionale, anche per l’Istat il premier Letta “sceglie ancora dai club internazionali”, essendo Padoan capo economista dell’Ocse.

Al riguardo, ci permettiamo sommessamente di fare un appunto (e non è la prima volta) alle penne super pagate della stampa nazionale ricca e spendacciona: anche Giovannini veniva dall’Ocse e da qui e dal Fondo monetario aveva già importato un paio di suoi stretti collaboratori. Senza che l’Istat facesse grandi salti di qualità.

Come si vede, nihil sub sole novi.

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