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Sabato, 13 Lug 2024

San Rocco è il Santo più venerato nel mondo cattolico. Nei miei viaggi per i borghi lucani la sua figura è sempre stata presente. Qui a Tolve il suo monumento in cima al paese, la sua posizione dominante, il falco che volteggiando lo cinge a viva corona nell’immacolato azzurro carico, l’insolito tepore di metà febbraio, mi spingono a scrivere di questa eccezionale figura, nata intorno al 1350 a Montpellier.

Rimasto orfano, vendette tutti i suoi beni e peregrinando si dedicò all’assistenza dei bisognosi. Guarì un cardinale dalla peste solo facendo su di lui il segno della croce. Contagiato egli stesso si isolò in una grotta per non essere di peso. Un cane gli portava del pane, l’acqua piovana lo dissetava. Guarito, venne imprigionato per cinque anni per malintesi. Quando, decisero di liberarlo, si recarono in cella, il Santo era volato in cielo. Forse per questo Carlo Levi scrisse “Uomini donne e bambini vi concorrono da tutte le province circostanti, a piedi, sugli asini, camminando il giorno e la notte. San Rocco li aspetta, librato nell’aria sopra la chiesa”.

Librato nell’aria… Leggo l’iscrizione appena varcato il bell’arco in pietra del Largo delle Torri, mentre salgo. Più in su, attraverso un altro arco più antico, in Largo Castello, giungo alla parte più alta, dominata dal Santuario diocesano di San Rocco, Chiesa Madre dedicata a San Nicola di Bari.

Nel quartiere “castello”, denominazione rimasta anche se il castello non c’è mai stato. Con questo termine si indicava in realtà una fortificazione che cingeva il vecchio borgo. Dietro, eretto su un cono di pietre, il Monumento a San Rocco.

Il Santo, barba, ieratico viso dolce sotto il suo cappello largo sul quale spiccano le sue conchiglie che servivano da calice indica la sua gamba piagata. Ai suoi piedi, il fedele cagnolino reca una pagnottina. Sembra di vedere e sentire, qui come lungo tutto il corso principale, fra bei palazzi affacciati su vicoli e vicoletti e lungo l’intero percorso, le lacrime commosse e le alte lodi e invocazioni rivolte al Santo. Il 16 agosto dai fedeli che venivano dalla marina, dove il raccolto era già stato assicurato. Dalla montagna il 16 settembre, quando anche lì in ritardo erano maturate le messi e avevano potuto dedicarsi al viaggio e alla devozione.

Me li immagino, i pellegrini. Da lontano, vedevano arroccato su una collina di 570 metri un agglomerato che, di giorno per i riflessi del sole e di sera per le lucine delle case, appariva loro come un grande cono di variopinto marzapane, posto al centro di una ciambella di monti di mille metri. Mentre cominciavano a sentire il fresco fluire delle acque del torrente Castagno e della fiumara del Bosco folto, ricco di flora e fauna.

Forse per questa particolare posizione due anziani seduti su una panchina nella piazzetta della fontana e del monumento ai caduti mi dicono che qui il clima non è mai particolarmente inclemente. Non ricordo i loro nomi, ma i brevi accenni alle loro vite lavorative da emigrati, poi rientrati, sì. Comuni a tanta gente lucana. Ai quali talvolta viene promesso e prospettato uno sviluppo che stride con le vere possibilità e vocazioni dei territori, mortificandole irrimediabilmente.

Sempre grazie alla sua caratteristica posizione, Tolve, che oggi conta circa 3000 abitanti, vanta una storia ricchissima che affonda le sue radici nel terzo millennio avanti Cristo. Testimonianze permettono poi di stabilire insediamenti più stabili in epoca preromana e romana, con la presenza di ville dotate di comfort (le terme erano di rigore) che per l’epoca erano all’avanguardia. Tanto che “al momento del ritrovamento il bagno di una villa era il più antico esempio al mondo di bagno con condotte di scarico”.

Nel medioevo, nel tardo medioevo e più in qua nel tempo, Tolve, come tutti i borghi della sfortunata Italia, soprattutto di quella meridionale, è oggetto di invasioni, sottomissioni, compravendite “tutto compreso”. Fino a quando, per fermarsi all’epoca moderna, secondo una delle ricostruzioni (Avv. Mattia) dopo tante vicissitudini e passaggi di mano fra varie famiglie, fra le quali i Pignatelli e i Carafa (noti proprietari anche in terre pugliesi), “Cedendo alle insistenze dei cittadini, ormai da secoli desiderosi di affrancarsi, la duchessa (D. Faustina Pignatelli, ndr) cede il feudo nel 1759 alla c.d. Università di Tolve per la somma di 40826 ducati, con la garanzia del nobile don Giuseppe Laviano, marchese di Tito e duca di Satriano”.

Il resto è storia contemporanea. La storia politica di Tolve è intrecciata con quella religiosa. Numerose chiese e conventi extra moenia punteggiano il suoterritorio. Di alcuni si perdono le tracce, altri hanno lasciato tracce, come la chiesa di Santa Margherita oggi adibita a stalla (come tante chiese di campagna).

Un altro convento del 1583, quello della Santissima Annunziata (cappella di San Francesco) è oggi sede municipale. Un altro ancora, quello dei Cappuccini di Sant’Antonio da Padova, del 1585, si mostra ancora oggi imponente e restaurato nei pressi del cimitero. Attualmente inutilizzato in attesa di possibile destinazione.

Due conventi edificati a distanza di due anni l’uno dall’altro, con regole diverse fra loro. I Cappuccini dediti e povertà e umiltà, i Francescani più intraprendenti, crearono una fiorente industria. Fra i due conventi sorgevano spesso contrasti, anche a causa delle diverse regole.

Lascio Tolve intenerito da quello che leggo su un’altra iscrizione. E che solo chi ama il popolo lucano, specie quello dei più interni luoghi, può capire a fondo apprezzandone il candore, la semplicità e la struggente poesia.

tin sti bell’ucchij
strilucent m’ par di nu
santi avverament
‘tin a sta vocca tutta
ris mi par di nu
sant ru Paradis
e tu ca tinj l’uocchij
argento fin par vrè
nu sant pellegrin

E’ possibile fare di questo grande patrimonio materiale e immateriale, dell’antica storia e del presente ancora attraente occasione di sviluppo? Anche legato al favorevolissimo momento di notorietà e attrazione delle quali gode la nostra Basilicata? Si avrà il coraggio di respingere le sirene dello sviluppo (a vantaggio di altri) legato alla distruzione della nostra identità e dei nostri tesori, a partire dal paesaggio?

Nei miei viaggi, una coppia di visitatori pugliesi mi ha detto che viene in Basilicata per assaporarne i silenzi. Oltre alle bellezze naturali, alla cordialità delle persone, alla nostra accoglienza, alle tantissime, deliziose e tradizionali specialità culinarie, ai nostri vini. Alla nostra aria, alle nostre acque, al nostro cielo.

Vitantonio Iacoviello
Consigliere Nazionale Italia Nostra
Presidente Sezione Vulture Alto Bradano
facebook.com/vitantonio.iacoviello/

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Il testo dell'articolo è apparso sul Quotidiano del Sud del 28 febbraio 2024

Gran Tour della Basilicata, articoli precedenti apparsi su IlFoglietto.it:
Gran Tour della Basilicata: Pietragalla, il paese dei 200 Palmenti
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