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Martedì, 05 Mag 2026

L’ultima uscita di Grillo sulla democrazia diretta è una corbelleria. Ma non deve scandalizzare. Il tema ha agitato non poco la vicenda della sinistra rivoluzionaria e comunista in Europa. Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre e oltre.

La nascita dei partiti comunisti fu presieduta dalla contrapposizione fra “democrazia borghese” e “democrazia proletaria” e dalla conseguente convinzione che la Repubblica dei soviet con i suoi delegati revocabili fosse superiore alla democrazia rappresentativa basata sul voto universale. Come siano andati a finire i soviet rivoluzionari, lo sappiamo.

Tuttavia, il cammino per capire come stavano effettivamente le cose in tema democrazia fu lungo e tortuoso, non privo di remore e di riserve, di sconfitte e tragici errori (socialfascismo). Poi, fascismo e nazismo fecero comprendere anche ai più riottosi fra i comunisti che bisognava cambiare strada. Che se si voleva battere l'uno e l'altro bisognava recuperare la nozione di democrazia, anche quella "borghese".

In Italia, fu il Pci di Togliatti a mettere da parte ogni contrapposizione fra democrazia diretta e democrazia delegata a favore della democrazia progressiva, cioè di una democrazia fondata su una robusta partecipazione popolare che cambiava il segno prevalentemente borghese anche alla rappresentanza nelle istituzioni. Tutto si è svolto, com’è noto, in un'altra epoca e in un altro mondo.

Perciò, fa sorridere il ritorno in forma nuova di certe tematiche del secolo scorso. Perché l’uscita di Grillo è una comica corbelleria? Perché il cittadino che, secondo lui, tramite il pc tutto decide con un click da casa non è un’utopia, è solo una grande scemenza.

In altre epoche si sarebbe chiamata una “robinsonata”, dal naufrago solitario “Robisnson Crusoe”.

Stando al guru dei pentastellati, il singolo cittadino dovrebbe stare dalla mattina alla sera davanti al pc - “Devi dare il voto tutti i giorni", dice - per decidere di tutto e su tutto, conoscendo tutto e di tutto delle materie in discussione.

Qui non si tratta delle nobili utopie leniniste sulla cuoca che poteva dirigere un estinto stato proletario, o quella, più complessa per la verità, del “superamento della divisione fra governanti e governati” di Gramsci, qui c’è una concezione atomistica dell’uomo moderno che va oltre le concezioni liberali o quelle radicali rousseauiane, qui c’è solo la rimozione, non certo progressista, del fatto che l’uomo è un animale sociale e che solo insieme con altri uomini può incidere nella società.

Quello che scompare nella concezione grillesca è “l’intellettuale collettivo” di gramsciana memoria, cioè la formazione non solo sociale ma politica attraverso cui si passa dalla solitudine informatica, anche se ridondante di ogni e qualsiasi informazione compresa l’alluvione delle fake news, alla possibilità, di una collettività di persone organizzata, di trasformare l’esistente in senso progressivo.

In altri tempi si sarebbe detto che con l’”intellettuale collettivo” si passa dal momento corporativo della necessità a quello della libertà. In altre parole: una persona ha bisogno di stare dentro un partito (ovviamente una formazione seria, non gli slabbrati contenitori attuali) o altra associazione o averli come punto di riferimento e orientamento, perché attraverso questi strumenti può essere messo in condizione di conoscere meglio o, almeno, avvicinarsi a conoscere e sapere, in base a una certa visione del mondo e delle cose - una volta si chiamava “concezione del mondo” o “weltanschauung” - , se una determinata legge o provvedimento o presa di posizione o quant’altro siano giusti o sbagliati.

A riempire il vuoto del solipsismo digitale dell’homo grillinus, perciò, è “l’intellettuale collettivo”, cioè sono altri uomini che, uniti da un “idem sentire”, approfondiscono la singola materia in discussione per costruire una proposta o una linea generale di azione politica, separando il grano dal loglio attraverso un dibattito pubblico e una partecipazione aperta anche su singoli temi. E, cosa per niente secondaria, ma oggi rimossa dalla stinta sinistra attuale, organizzano una lotta sociale, politica, ideale e culturale nella società al fine di conquistare il consenso necessario per far democraticamente prevalere determinate posizioni o rivendicazioni.

Possono i nuovi strumenti tecnologici aiutare tutto ciò? Certo che sì, perbacco!, ma non sostituirlo.

Nella concezione di Grillo, il computer da strumento in più per la partecipazione democratica dell’homo politicus diventa uno strumento che lo diminuisce, riducendolo in una gabbia, anzi una gabbietta, dove verrebbe ad auto rinchiudersi come il rancoroso “Napalm 51” di Crozza, credendo, invece, di dominare il mondo.

La democrazia prefigurata dalla Costituzione non consente contrapposizioni tra democrazia delegata e diretta, ma le integra attraverso la partecipazione popolare e gli strumenti che essa si dà per organizzarsi. Anzi, a proposito di partecipazione la Carta fondamentale prescrive di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, che è il vero problema di ogni democrazia. E questo non può avvenire con un click sulla tastiera.

I referendum, anche quello propositivo, sono uno strumento di questa partecipazione non un toccasana per ogni malattia: magari facendone “uno alla settimana”, come dice il guru pentastellato.

Il cittadino di Grillo, che decide di tutto e su tutto da casa pigiando un tasto, dovrebbe essere un tuttologo, cioè una vera astrazione ideologica.

O, meglio, una presa per i fondelli.

Aldo Pirone
Coautore del libro "Roma '43-44. L'alba della Resistenza"
facebook.com/aldo.pirone.7

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