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Sabato, 07 Nov 2026

alt“Humandroid”, di Neill Blomkamp, con Dev Patel, Sigourney Weaver, Hugh Jackman, Sharlto Copley, durata 105’, nelle sale dal 9 aprile 2015, distribuito da Warner Bros.

Neill Blomkamp, dopo District 9 ed Elysium, con il suo terzo film torna di nuovo nei territori della fantascienza distopica e proletaria, un mondo futuro non troppo lontano, dove astronavi e galassie sono sostituite da baraccopoli putrescenti e dai panorami suburbani delle periferie sudafricane.

Come le precedenti pellicole, Humandroid (Chappie in originale) racconta una storia di riscatto sociale e umano.

Blomkamp, seguendo la strada intrapresa e poi abbandonata dal remake di Robocop firmato Josè Padilha, parla di eserciti androidi e bande criminali con un protagonista che, abdicando al proprio status di super-poliziotto inflessibile e spietato, prova a dare sfogo alla propria umanità in un universo violento e caotico. Se nel film di Padilha questa mutazione “spirituale” era resa anche dall’interpretazione del suo attore principale in carne e ossa, qui il peso della storia è appoggiato sulle spalle malferme del simpatico androide Chappie.

A metà tra Corto-Circuito di Badham e il poetico Wall-E della Pixar, Chappie è un eroe travolgente e commovente, un personaggio che ben rappresenta un’opera attenta a cullare i propri aspetti più delicati. Proprio questa dimensione leggera (rappresentata dagli stravaganti “rapporti famigliari” del simpatico robot) è la novità più interessante nel cinema di Blomkamp, autore sudafricano ossessionato dall’ostentare un didascalico messaggio di denuncia sociale-paternalista con uno stile fantascientifico volutamente sporco e realista.

Convinto di essere stato l’inventore di un nuovo genere, la fantascienza di denuncia (convinzione, non c’è bisogno di dirlo, campata totalmente in aria), Blomkamp non perde l’occasione per cadere nei suoi tranelli e di adagiarsi sulle proprie convinzioni cinematografiche. A salvarlo da una stanca routine stilistica (che ben ci aveva impressionato nell’esordio District 9) interviene proprio la felice creazione di un protagonista folle e irresistibile, quel Chappie che riscatta Humandroid da un destino di presunta mediocrità.

Certo, come abbiamo accennato, il regista fa fatica a gettarsi in un progetto totalmente e sanamente libero, anarchico ed emotivo. Non ancora pronto a fare propria la lezione del “fallimento” Elysium, pellicola nata dalle grandi ambizioni e naufragata nell’oblio del dimenticabile, Blomkamp cerca sempre di controllare ogni aspetto, attento comunque a creare la scena o la sequenza più giusta commercialmente, a scegliere i volti più accattivanti possibili (i bravi e spaesati Hugh Jackman e Sigourney Weaver ne sono esempi chiari). Detto ciò, non si può negare che Humandroid risulti alla fine un sensibile passo avanti in una carriera cinematografica chiamata ora alla prova del prossimo iconico capitolo della saga di Alien, per dimostrare definitivamente la propria sostanza.

alt*critico cinematografico

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