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Il 29 ottobre scorso, il Senato ha approvato, in seconda lettura, la nuova legge in materia di diffamazione a mezzo stampa, che prima di entrare in vigore dovrà acquisire l’ok della Camera.
Il 28 luglio scorso il Foglietto ha dedicato un articolo al caos delle immatricolazioni per accedere alla Facoltà di Medicina, denunciando le procedure burocratiche da incubo cui devono sottostare i malcapitati aspiranti medici.
Parlare del Portogallo è come parlare di noi. Me ne accorgo leggendo l’ultimo rapporto della Commissione europea che monitora lo stato di aggiustamento del piccolo paese, finito sotto le amorevoli cure della Troika dopo il quasi dissesto post 2008. Ci somigliamo, noi e i portoghesi, e non soltanto perché abitanti dell’Europa mediterranea, che così tanto ha patito negli ultimi sei anni, ma soprattutto perché i problemi ai quali il Portogallo ha dovuto far fronte ricordano terribilmente quelli con cui noi siamo chiamati a fare i conti, dovendo convivere con l’ipoteca della Troika, che con fare vagamente avvoltoio, minaccia la nostra pace mentale.
Come sempre, si è fatto attendere ma infine il testo definitivo del disegno di legge di stabilità (ex finanziaria) è stato reso disponibile a tutti.
Mentre mi aggiro smarrito lungo la strada della storia, m’imbatto in un vecchio articolo di Robert Triffin intitolato “L’avvenire del sistema monetario internazionale” scritto nel lontano 1979 e mi colpisce con la potenza di una rivelazione l’incipit che trovo assai utile condividere con voi. “Non tenterò – scrive Triffin – di predire questo avvenire. Se cedessi a questa tentazione potrei soltanto dire che il sistema monetario internazionale non ha avvenire, poiché i nostri capi politici, e purtroppo i loro consiglieri economici, sono probabilmente incapaci della lucidità e del coraggio necessari per negoziare e realizzare le radicali riforme indispensabili per curare l’inflazione mondiale (erano gli anni Settanta, ndr), la recessione, gli squilibri di bilancia dei pagamenti, le caotiche fluttuazioni dei cambi, lo strisciante protezionismo e via dicendo, cui sembriamo oggi condannati”.
Nelle scorse settimane, il governo ha annunciato urbi et orbi e non senza enfasi di voler assumere 140mila precari della scuola. Un’operazione senz’altro di grande impatto politico (anche elettorale, se le circostanze lo dovessero consentire), abilmente sbandierata come la fine del precariato.
Mentre i disordini di Hong Kong di recente hanno attirato la nostra attenzione, le cronache continuano a ignorare la piccola Macao, perfetta metafora dello spirito del tempo. Prima colonia portoghese e ora regione speciale del nascente impero cinese, Macao sperimenta su di sé croci e delizie dell’economia globale, che se ancora le garantisce rendimenti e crescite stellari, nell’ordine dell’8-10% di Pil annuo, vede sorgere su di sé il tramonto incipiente dell’Occidente, gravato da debiti irredimibili, e insieme della sua Mainland, ossia la Cina, che cova grandi rischi insieme alle sue conclamate grandi opportunità.
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