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- di Roberto Tomei
Come molti ricorderanno, c’è stato un tempo, esattamente tra la fine degli anni sessanta e lungo tutti gli anni settanta del secolo scorso, in cui i libri di Marx si vendevano come il pane.
"Teneramente folle", di Maya Forbes, con Mark Ruffalo, Zoe Saldana, Keir Dullea, Wallace Wolodarsky, durata 88’, nelle sale dal 18 giugno 2015, distribuito da Good Films.
Recensione di Luca Marchetti*
Molti autori pensano che la propria autobiografia e il proprio vissuto siano materiali narrativi incandescenti, trame cinematografiche imperdibili.
Spesso queste prove di superbia generano pellicole referenziali e noiose, omaggi tronfi di se stessi (esempi di questo genere se ne trovano a decine nel Cinema italiano autoriale degli ultimi venti anni).
Altre volte, anche grazie all’intelligenza di chi scrive e dirige, ci ritroviamo di fronte a piccole opere esplosive, piene di sincerità e candore.
Teneramente folle di Maya Forbes è uno di questi lavori. Presentato con successo all’ultimo Festival di Torino, il film della Forbes si concentra sull’infanzia straordinaria della regista e della sua sorellina, cresciute in una famiglia molto particolare.
Figlie di una coppia mista, nella Boston della fine degli anni 70, le due ragazzine, più che il razzismo o una situazione economica non esaltante, dovranno quotidianamente “lottare” con il loro stravagante e esuberante padre bipolare.
Con una mamma partita, suo malgrado, in cerca di un lavoro decente, Amelia e Faith (i nomi dei protagonisti sono stati cambiati rispetto la realtà), devono crescere all’interno del mondo folle del loro incostante genitore, figura affascinante quanto sfiancante.
A differenza di molte pellicole incentrate sulla malattia mentale, Teneramente Folle ha l’ulteriore pregio di infondere la sua storia di una dolce poesia, capace di raccontare anche i momenti più duri con tenerezza e grazia.
Dotata di un talento narrativo particolare (unito anche al rispetto con il quale parla di una pagina fondamentale della propria vita), Maya Forbes realizza un piccolo film dal grande cuore, dove la scena madre esplosiva o il bieco ricatto emotivo sono sempre evitati.
Meriti della riuscita della pellicola sono da attribuire all’ottimo cast. Oltre alle due splendide giovani attrici protagoniste, Imogene Wolodarsky e Ashley Aufderheide, e alla sempre ottima Zoe Saldana (interprete capace di alternare con classe blockbuster opulenti a piccoli gioielli indipendenti), la parte del leone è fatta da un inarrestabile Mark Ruffalo.
Attore magnifico con un talento unico, Ruffalo piega la sua mitezza fisica e il suo fascino leggermente naif per ogni prova recitativa, infondendo ai propri personaggi una leggerezza talmente unica da essere irresistibile. Il suo Cam Stuart, con i suoi vestiti colorati e i suoi radicali sbalzi d’umore, si rivela personaggio avvolgente, il papà perfetto per due bambine eccezionali.
*critico cinematografico
Per i tipi di Lìbrati, una vivace casa editrice ascolana, è uscito alcuni mesi fa, a firma di Luca Marcolini, noto giornalista locale, un simpatico volumetto, intitolato Borgo Turrito, dedicato alla provincia italiana, di cui si intendono svelare, come recita il sottotitolo, “verità nascoste, vizi, virtù e peccati”.
“Diamante Nero”, di Celine Sciamma, con Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh, Marietou Touré, Idrissa Diabate, Simina Soumare, durata 113’, nelle sale dal 18 giugno 2015, distribuito da Teodora Film.
Recensione di Luca Marchetti*
Con l’assurdo titolo italiano (velato riferimento alla canzone Diamonds della popstar Rihanna, colonna sonora di uno dei momenti più travolgenti del film) esce nelle sale, grazie alla meritoria opera della Teodora Film, Diamante Nero (Bande de Filles) di Celine Sciamma.
Reduce dal passaggio trionfale alla Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes 2014, il film della Sciamma racconta ancora una volta, dopo Tomboy, una storia al margine d’infanzie e adolescenze vissute ai limiti, in territori apparentemente nuovi nella sua carriera.
Dando forse una veste da denuncia sociale di banlieue-movie, la regista cattura con la propria cinepresa gli attimi e gli sguardi di borgate purulente e luoghi allucinanti, che avrebbero sicuramente entusiasmato il Kassovitz de L’odio e il Jean-Francois Richet delle prime opere.
La Sciamma non rinnega nulla della propria sensibilità e realizza un’opera che vibra costantemente di forza ed eccitazione, le stesse emozioni violente che guidano la vita delle sue protagoniste.
Attraverso i volti perfetti delle sue ragazze, con lo sguardo della splendida Marieme (l’esordiente, meravigliosa Karidja Touré) che ci attraversa e ci cattura per non lasciarci mai, Diamante nero ci trascina nel doppio universo oscuro delle periferie degradate e delle adolescenze insostenibili, vissute come lotte perpetue.
Marianne e le sue amiche devono, infatti, combattere a mani nude senza sosta, contro le istituzioni che le ignorano, contro i maschi che le usano e le deridono, contro le “altre” sempre pronte a mettere in discussione il loro coraggio.
Già dal momento in cui mette piede fuori di casa, Marianne sceglie di andare alla guerra di un mondo che non regala niente. Per questo, ogni minuto strappato alla miseria, ogni vestito rubato, ogni borghese impaurito e ogni bacio rubato alle spalle di fratelli-padroni, deve essere celebrato come la vittoria più grande, come la conquista più clamorosa.
La rabbia gioiosa e le risate selvagge della “banda di ragazze” sono, infatti, il motore empatico e narrativo del film della Sciamma che, ben lontana dai ritratti spietati di un Garrone, confeziona un’opera piena fino all’orlo di Vita. Dalla partita di football americano fino alle lacrime fragilissime di Marieme, Diamante Nero non perde occasione per dimostrare il proprio coraggio soprattutto nei momenti più difficili.
Vicino per spirito al Bling Ring di Sofia Coppola ma mosso da sentimenti più proletari, Bande de Filles è un’opera che segue il suo percorso di radicalizzazione con una coerenza disarmante. Non è risparmiato niente all’eroina ma non si arriva mai, nemmeno per un secondo, a mettere in dubbio l’immenso affetto che la narratrice ha nei suoi confronti.
In un Cinema sempre più nelle mani di autori impegnati con macchine di disperazione per i propri personaggi, la scelta d’amore della Sciamma non può non conquistarci, pur nella sua terribile, brutale, verità.
*critico cinematografico
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